Fartlek nel calcio: 4 varianti per i dilettanti
Leave a CommentL’importanza di contrastare la fatica nel calcio è evidente: nei finali di gara il ritmo cala, gli infortuni aumentano, ma paradossalmente si segnano più reti. Questo accade perché la fatica non compare solo al 90°, ma anche alla fine del primo tempo o dopo i momenti più intensi del match.
In un recente articolo abbiamo visto come (a livello dilettantistico) la corretta integrazione di lavori con palla e senza, permetta ottimizzare i carichi di lavoro in funzione di ottenere un ritmo gara elevato contrastando gli effetti della fatica.
A mio parere, l’utilizzo dei lavori a secco diventa necessario dal fatto che nelle esercitazioni con palla (anche se orientate ad un ritmo elevato) l’intensità cala con il passare dei minuti e delle ripetizioni; questo non permette di contrastare appieno gli effetti della fatica, cosa che invece si stimola efficacemente con lavori a secco di intensità adeguata senza che sia il ritmo di gioco a limitarlo.
Allo stesso tempo, i lavori ad alta intensità con palla sono necessari per il transfert delle abilità atletiche in abilità calcistiche.
Come abbiamo visto nell’articolo dedicato al ritmo partita, personalmente divido i lavori aerobici a secco in 3 gruppi:
- I fartlek, nei quali i giocatori riescono spontaneamente (se adeguatamente motivati) ad individualizzare l’intensità del mezzo allenante in base alla loro condizione di forma e stato di fatica.
- I lavori parametrici, che prendono spunto dalle tabelle del prof Colli (lineare e navetta); grazie a questi protocolli si riescono a stimolare intensità abbastanza precise a tutto il gruppo. Ne vedremo degli esempi in questo articolo.
- Esercitazioni di speed endurance che prevedono tratti molto intensi a pause abbastanza lunghe; questi non stimolano solo il potenziale aerobico, ma anche quello neuromuscolare.
In questo articolo vedremo 4 esempi di protocollo; alcuni saranno dei fartlek veri e propri mentre gli altri dei lavori parametrici.
Ma prima volevo soffermarmi su alcuni aspetti che riguardano la fisiologia degli stimoli aerobici, in particolar modo quelli di natura intermittente; in questo articolo abbiamo visto come questa tipologia di protocolli (nella quale la fase intensa è pari a quella di recupero, per durate inferiori a 30”) sia la più “utile” per stimolare il motore aerobico.
Per “utile” intendo che permette di offrire adattamenti superiori, a pari fatica. Diverse ricerche (tra le quali quelle di Dupont et al 2004 e Thevenet et al 2007) hanno dimostrato come i protocolli 15/15” (cioè 15” di alta intensità alternati a 15” di recupero) permettano di ottenere risultati piò omogenei rispetto ad intervalli più lunghi, come il 30/30”.
Il motivo è nel comportamento del consumo di ossigeno; nei 15 secondi di pausa, questo non fa in tempo a “spegnersi” del tutto, quindi la fase attiva successiva ti riporta immediatamente allo sforzo elevato. Nei 30 secondi, invece, il calo è più marcato e serve un’intensità maggiore (nel recupero) per mantenere il consumo di O2 elevato.
Non solo, una ricerca molto più recente fatta su giovani calciatori (Thomakos et al 2024) ha dimostrato come un protocollo 10/10” possa essere ancor più efficiente di un lavoro 15/15”, con una minore percezione dello sforzo.
Quindi l’ideale è strutturare protocolli (fartlek o parametrici) con intervalli 10/10”?
A mio parere non è così; l’immagine sotto (presa dallo studio di Laursen 2010 e modificata) spiega bene come sia stimoli di natura particolarmente intensa come di speed endurance (lato di sinistra) che di durata e bassa intensità (vedi lato di destra) possono stimolare adattamenti di natura aerobica.

Ma non sono solamente lavori intensi (muscolarmente) o di durata (di bassa intensità) a fare questo; tra questi stimoli c’è tutta una “zona grigia” in cui la resistenza viene stimolata. In altre parole, sono tante le “sfumature” degli stimoli aerobici che consentono di migliorare la resistenza di un atleta…ed è corretto che tanti di questi vengano utilizzati, per sfruttare più possibili margini di miglioramento!
Per spiegarmi meglio riporto un esempio relativo ad una disciplina in cui il potenziale aerobico è la base della performance, cioè la maratona; oggi nella programmazione di questa gara vengono inserite (in un regime di periodizzazione) tutte le andature possibili, dalla corsa molto lenta, agli sprint in salita, proprio per sfruttare tutto il potenziale (sfumature) del motore aerobico e massimizzare la performance.
Di conseguenza, anche nel calcio non è necessario usare solo lavori 10/10”, ma anche 15/15”, oppure 10/20” (nel quale la fase attiva è più breve di quella di recupero, e per questo è possibile farla più intensa di un 10/10”), oppure 20/10” (con fase attiva più lenta perché più lunga), oppure allungare gli intervalli stessi, ecc. Di norma, intervalli più brevi sono maggiormente tollerati dal punto di vista mentale; non solo quando la fase attiva dura maggiormente della fase lenta (esempio 20/10”) è importante raccomandarsi con i giocatori di “non andare in affanno respiratorio”, perché correndo queste fasi troppo velocemente (ed essendo breve il recupero) si rischia che si vada in iperventilazione.
Ma, come abbiamo visto nell’articolo dedicato al ritmo partita, oltre ad avere caratteristiche intermittenti, l’allenamento aerobico del calciatore deve anche prevedere la presenza di cambi di direzione e di tratti a velocità elevata.
Detto questo, ora abbiamo tutti gli ingredienti per strutturare correttamente l’allenamento aerobico a secco nel calcio.
Vediamo ora nel dettaglio 4 esempi e la loro localizzazione metodologica.
L’approccio parametrico nel calcio: stimolare la potenza metabolica a 14 W/Kg
Per 14 W/Kg si intende una potenza metabolica di circa il 50% superiore a quella della partita, che è probabilmente superiore a 9 W/Kg per una squadra di Promozione (Pasini 2015). È quindi l’ideale (a mio parere) sono serie di 6-10’, a seconda della categoria (per squadre che si allenano 3-4 volte a settimana). Per i gruppi che fanno fatica a farlo, è possibile inserire 1’ di recupero a metà serie.
Il dato del carico metabolico è sato estrapolato dai fogli di calcolo del professor Colli.
Come si vede nell’immagine sotto, si tratta di fasi attive di 15” (a navetta o lineari) alternate a 15” di recupero da fermo.
- Si inizia con una doppia navetta di 20m (20+20+20m, cioè andata-ritorno-andata) e recupero di 15” da fermo; di conseguenza, si fermeranno sulla riga blu.
- Poi si effettuano altri 15” a navetta (come sopra) e 15” di recupero, fermandosi sulla riga di cinesini rossi a sinistra.
- Poi 73m in 15” e recupereranno 15” fermi sulla riga rossa di destra.
- Poi si ritorna sulla riga di sinistra (73m in 15”) e ci si riposa 15”.
Successivamente si ripete la sequenza sopra fino al raggiungimento del minutaggio desiderato.
Importante; nei cambi di senso alternare il piede di cambio.
Questo mezzo allenante presenta quindi sia tratti lineari che cambi di direzione di un’intensità non eccessiva, ma adeguata ad un primo allenamento settimanale; il tutto nella forma intermittente.
Interval training di Buchheit: allenare l’alta velocità
In questa sua pubblicazione Martin Buchheit cita un mezzo allenante da lui sperimentato (a livello professionistico) per compensare i tratti di alta velocità non fatti la domenica dai giocatori che non hanno giocato buona parte della partita. In parole più semplici, è un lavoro che potrebbe essere fatto fare (la domenica, dopo la partita o al lunedì) alle riserve per dare stimoli di “alta velocità” sovrapponibili a quelli della partita.
Il lavoro è molto semplice e consiste nel fare 65m lineari in 10” con 20” di recupero da fermo; analizzando queste caratteristiche sempre con la tabella del prof Colli (che a queste velocità dovrebbe comunque essere poco precisa a detta dell’autore), il carico metabolico sarebbe di 17.2 W/Kg, con una velocità media di 23.4 Km/h e di picco di 29.3 Km/h.
È evidente che a livello dilettantistico, anche solo 6’ di questo lavoro sarebbero difficili da tollerare, per questo l’ho modificato accorciandolo di 5 metri:
- 60m in 10” con recupero 20” da fermo; lavoro totale 6’
In questo caso, la potenza metabolica teorica sarebbe di circa 15 W/Kg, con una velocità media di 21.6 Km/h e massima di 27.6. A mio parere, è un mezzo allenante che in Promozione ed Eccellenza è possibile fare anche di martedì da parte di tutti i giocatori (ad esclusione di quelli affaticati) se adeguatamente allenati alle alte velocità.
Il Fartlek a gruppi: gestione dell’intensità con il rapporto lavoro-recupero 1:2
Questo è un lavoro in parte metabolico ed in parte “a sensazione” (come un fartlek); all’inizio potrebbe sembrare un po’ complesso, ma i giocatori si abituano abbastanza velocemente al protocollo. Per strutturalo ho preso spunto da un’esercitazione fatta dal collega Alessandro Tedeschi.
La struttura è quella sotto; si parte con i blu che coprono i 55-58 metri in corsa abbastanza veloce; una volta arrivati in fondo, partono i rossi (e i blu si fermano); una volta arrivati in fondo i rossi, partiranno i verdi, ecc.
Com’è possibile intuire il rapporto tra fase di lavoro è “1 a 2”; cioè “faccio la fase attiva e poi mi riposo 2 cicli, mentre la fanno gli altri 2 gruppi”. La versione originale dell’autore veniva fatta a mo’ di Fartlek, cioè lasciando che siano i giocatori a gestire l’intensità.
I numeri che ho messo “58 metri in 10” con 20” di recupero sono 14 W/Kg” indicano il carico di lavoro nel caso in cui venisse fatto con queste tempistiche, cioè correndo l’intero tratto (nel caso di 58 metri) in 10”. Ma, ripeto, se lo si vuole considerare come “fartlek”, è corretto monitorare il tempo giusto per rendersi conto del carico metabolico che stanno effettuando, ma lasciando che siano i giocatori a dare le tempistiche, cioè facendo in modo che sia l’arrivo di un gruppo a determinare la partenza del successivo.
Per comodità, è giusto far partire i giocatori quando arriva la “parte centrale” del gruppo precedente (cioè non il primo e neanche l’ultimo).
È possibile farlo fare anche sottoforma di lavoro parametrico utilizzando le tempistiche in figura.
Team Fartlek: scatti a rotazione per individualizzare il carico nel gruppo
Questo fartlek è molto semplice; questo video di Aren Dobs lo spiega meglio di tante parole.
Di fatto si tratta di fare un percorso rettangolare di corsa in doppia fila; si corre lentamente, ma i giocatori in ultima posizione fanno uno scatto per portarsi in prima posizione per poi riprendere la corsa lenta.
Alcuni accorgimenti essenziali:
- Per fare in modo che venga fatto con il giusto carico allenante, consiglio di farlo con gruppi di 8-10 giocatori (se si hanno 20 giocatori, si fanno 2 gruppi distanziati); in questo modo, ogni giocatore effettuerà uno scatto con un rapporto “1 a 3” o “1 a 4”.
- A metà lavoro è importante invertire il senso di corsa
- A metà lavoro, chi è all’interno si porta sulla fila esterna e viceversa; questo perché la fila interna corre meno metri nelle curve.
- I giocatori dovrebbero stare a circa 2 metri l’uno dall’altro affinchè lo scatto sia sufficientemente lungo.
Come potete immaginare non è un mezzo allenante semplice da far eseguire, perché la velocità del gruppo tenderebbe progressivamente a diminuire a causa della fatica.
Per far eseguire correttamente l’esercitazione, è consigliabile che lo staff monitori a vista il “linguaggio del corpo” dei giocatori, fornendo feedback nel caso in cui sia necessario accelerare o rallentare la velocità media.
Nel caso in cui venisse ripetuto più volte all’interno della stagione sullo stesso percorso, è possibile monitorare il tempo di percorrenza, avendo un feedback in più.
Personalmente è una struttura che utilizzavo tanti anni fa, quindi sull’utilità attuale faccio fatica a dare indicazioni precise; in ogni modo, se lo si vuole utilizzare, consiglio di provarlo prima nella preparazione pre-campionato.
Il pregio di questa struttura è che permette di individualizzare lo stimolo allenante, in quanto, malgrado la corsa lenta venga fatta alla stessa velocità, gli scatti in avanti saranno gestiti soggettivamente da parte dei giocatori.
Conclusioni
L’allenamento aerobico del calciatore non consiste solamente nel somministrare mezzi adeguati alla categoria ed agli obiettivi prefissati, ma è un processo che richiede consapevolezza e motivazione.
Per molti atleti, un cattivo rapporto con la fatica può ridurre l’impegno profuso, limitando l’espressione del potenziale ed aumentando il rischio di infortuni in partita. Di contro, imparare a convivere con lo sforzo, e gestirlo con dedizione, permette di sviluppare una resilienza fondamentale sia in partita che negli allenamenti con palla.
Per questo motivo, il lavoro aerobico è forse la componente che più risente della qualità del rapporto umano tra giocatori e staff.
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Autore dell’articolo: Melli Luca, istruttore Scuola Calcio e preparatore atletico A.S.D. MT 1960 (melsh76@libero.it) ed Istruttore di Atletica leggera GS Toccalmatto.









































