Settori giovanili: quali sono i danni di una specializzazione precoce?

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Per organizzare l’allenamento nei settori giovanili credo sia importante anche comprendere cosa, nelle prime squadre, fa la differenza.

Oggi grazie alle neuroscienze sappiamo che esiste un legame molto forte tra la componente atletica e quella tecnico-tattica; questo potrebbe portare ad ipotizzare come l’allenamento debba essere il più possibile specifico (cioè simile alla partita) al fine di risultare efficace.

Questo potrebbe spiegare come mai nei campionati dilettantistici, alcune squadre vincono i campionati facendo solo partitelle d’allenamento e lavoro atletico.

Attenzione, ciò non vuol dire che per vincere i campionati dilettantistici sia necessario fare solamente partite d’allenamento e lavoro atletico, ma può significare che in presenza di alcuni presupposti questo sia possibile.

Ma quali sono questi presupposti?

Possono essere diversi, dallo spirito di gruppo, all’avere giocatori estremamente preparati dal punto di vista della tattica individuale, all’avere un mister estremamente intuitivo per quelle che sono le scelte tattiche e la sensibilità nei confronti degli atleti, ecc.

Questo significa che potrebbe non essere necessario (nelle prime squadre dilettantistiche) fare tanto lavoro tattico analitico in presenza di giocatori di qualità, preparati e motivati; questi infatti (in determinati contesti) sono in grado di organizzare spontaneamente il gioco in maniera individuale e condivisa (Alessandro Maroni).

Ma vale la stessa cosa nei settori giovanili?

Se partiamo dal presupposto che per ottimizzare la performance siano necessari mezzi allenanti più specifici (partitelle, partite a tema, situazioni, ecc.) allora bisogna anche accettare che il lavoro analitico o generale (parte atletica, giochi coordinativi, tecnica, ecc.) sia necessario quando si apprendono cose nuove e per colmare lacune.

Considerando che nei settori giovanili l’obiettivo è la crescita umana e calcistica dei giocatori, allora il contesto è differente, e bisogna tenerne conto.

Ovviamente lo scopo di questo articolo non è trattare l’intera didattica, ma le varianti che nel lungo/lunghissimo termine possono fare la differenza per un settore giovanile di qualità.

Ma cerchiamo ora di fare un po’ di chiarezza, prendendo spunto da quanto pubblicato in bibliografia internazionale.

In una revisione di Sugimoto et al 2017, venne visto come una specializzazione sportiva precoce portasse ad un incremento del rischio di infortuni ed una minore probabilità di diventare atleti d’elitè in età adulta. Quest’ultimo punto conferma quanto già concluso dalla review di Moesch et al 2011.

Infatti, in una ricerca condotta nel basket, la partecipazione a più sport in età giovanile (contrariamente alla specializzazione precoce) porta ad un minor rischio di infortuni ed ad un maggiore probabilità di diventare atleti di alto livello (Rugg et al 2017).

Nello studio di Post et al 2017, vennero approfondite maggiormente la variabili che potevano indurre ad un’eccessiva specializzazione in giovani dai 12 ai 18 anni; tra queste, la pratica di uno sport specifico per più di 8 mesi l’anno o la partecipazione settimanale per più ore rispetto alla propria età.

L’ultima revisione in ordine cronologico di Barth et al 2022, attesta come una specializzazione precoce porti a risultati nelle categorie giovanili; ma la partecipazione allo sport d’elitè in età adulta era invece facilitata da una pratica multisportiva nell’età dello sviluppo ed un approccio graduale alla pratica sportiva.

Nel testo Il calcio dei bambini di Armando Verdino, venne verificato l’anno di approdo al professionismo dei giocatori della nazionale Italiana di qualche anno fa; la media fu di circa 12 anni, molto più tardi di quello che è l’approdo medio alle squadre professionistiche…che può avvenire già dagli 8-9 anni. Non solo, alcuni giocatori di particolare talento come Sirigu, Jorginho, Insigne, Berardi, Immobile approdarono dopo i 15 anni…Caputo addirittura a 21. Gli esempi sono troppi per essere considerati delle “eccezioni”.

specializzazione precoce calcio

Questo dimostra come probabilmente sia debba avere il coraggio di rivedere il modo con cui viene insegnato il calcio, non tanto da parte della FIGC (che evita, giustamente, campionati con classifiche fino ai Giovanissimi), ma da parte delle società.

Ma voglio approfondire maggiormente i risultati di questi studi, per interpretarli al meglio; infatti, come citato nell’immagine, sono studi “osservazionali”, cioè che indagano i fenomeni senza però agire sulle variabili.

Gli studiosi che hanno cercato di interpretare questi risultati indicano come una specializzazione precoce possa portare facilmente ad un calo di motivazione in tarda età giovanile.

Personalmente mi metto nei panni di un giocatore adolescente, che incomincia a vivere maggiormente la sua indipendenza, malgrado la scuola e la pratica sportiva rappresentino degli impegni importanti.

Non solo, sicuramente la pratica sportiva a quell’età comincerà a diventare più stressante (come la scuola); è evidente come l’aver fatto tanta attività agonistica (parlo di partite “ufficiali”, tipiche della specializzazione precoce…non tanto del numero di allenamenti) negli anni precedenti possa far calare la motivazione per il calcio, anche in virtù di nuovi interessi che possono insorgere a quell’età.

È ovvio che se ad un certo punto della sua carriera calcistica un giocatore preferisce cambiare sport, o dedicarsi ad un’altra attività (come la musica) perché percepisce in queste attività più soddisfazioni, non c’è niente di male.

Ma se smette di fare sport perchè vede calare drasticamente la sua motivazione a causa di un’assuefazione alla pratica calcistica dopo 6-7 anni di attività con tante/troppe partite con spirito agonistico…allora significa che c’è da rivedere qualcosa nell’ambito dell’organizzazione societaria dell’attività stessa.

Chiudo con la mia interpretazione data dagli infortuni dovuti ad una specializzazione precoce; questo fenomeno è dato dal fatto che una pratica multisportiva sollecita le catene muscolari (sia dal punto di vista della mobilità che dal punto di vista neuromuscolare) in maniera più completa rispetto ad un approccio “mono-disciplina”. È evidente come questo possa ridurre il rischio di retrazioni muscolari o ipotonie che possono dare origini ad infortuni, creando i presupposti di un maggiore atletismo.

L’allenamento in età giovanile (soprattutto in alcune fasce d’età) lascia impronte profonde non solo dal punto di vista dell’apprendimento motorio, ma anche da parte dell’atletismo in generale, in quanto sono 2 elementi strettamente collegati (Ford et al 2011 e Bosch 2022).

In particolar modo, nella scuola calcio sarebbe da lavorare in maniera importante sulla coordinazione, mentre nel settore giovanile sulle capacità motorie e l’atletismo.

[…] i giovani hanno bisogno di un allenamento multilaterale, vario, anche a spese di un certo grado di specificità […] i migliori atleti a livello giovanile non sempre eccellono nelle categorie seniores.

Spesso ciò accade perché una o più qualità fisiche determinanti non sono state sviluppate in modo sufficiente in età giovanile e questo finisce per inibire i possibili progressi che si potrebbero ottenere.

Dal libro di Frans Bosch: Allenamento della forza e coordinazione. Un approccio integrativo

Bene, abbiamo visto come una specializzazione precoce possa ridurre l’espressione del potenziale di un giocatore ed aumentare il rischio di infortuni; ho poi interpretato le cause, ed ora vedremo come coordinare le possibili soluzioni all’interno di uno staff di un settore giovanile.

Allora come fare?

È evidente che un cambiamento di mentalità deve assolutamente avvenire da parte della dirigenza delle varie società e da parte del coordinatore (quando presente). A cascata, poi avverrebbe anche a livello di tutti gli staff delle squadre.

Non mi dilungo ulteriormente sull’aspetto metodologico che affronterò in un altro articolo; invece mi preme sottolineare quello che deve essere un approccio top-down, cioè partire dai presupposti principali, per poi andare a definire i dettagli.

A mio parere, i punti principali sono 2:

  • Condivisione di valori e della didattica da parte della società e degli staff
  • Considerare che la differenza la fanno le persone, e non le strutture (o il materiale).

Parto da spiegare il secondo punto, che è più semplice da comprendere; nessuno può migliorare la qualità di un progetto del lavoro più dello staff tecnico (istruttori, allenatori, preparatore motorio, ecc.)!

Per questo va scelto accuratamente, ed anche formato con la massima attenzione. A livello dirigenziale, gran parte dello sforzo dovrebbe essere riservato verso questo versante…e non a feste, ritiri o quant’altro (questa è ovviamente la mia opinione).

Formare” lo staff non significa necessariamente fare degli “incontri”, in quanto è possibile che non tutti abbiano tempo da dedicarvi; a mio parere è anche un’ottima opzione regalare (ad inizio stagione e per la pausa invernale) libri sull’allenamento delle categorie di competenza…oppure condividere articoli-video online o raccolte di esercizi fornite dal coordinatore. Questo favorirà anche lo scambio di idee tra i membri dello staff.

Anche il numero adeguato di membri dello staff è importante, perché permette ai giocatori di essere maggiormente seguiti non solamente dal punto di vista didattico, ma anche comportamentale.

È ovvio che un membro dello staff va scelto primariamente in base alle competenze umane e poi in base a quelle tecniche; in questo modo il margine di crescita tecnica sarà maggiore. Questo perché elevate competenze tecniche, ma in assenza di serietà e adesione ai valori societari, possono portare a grandi problematiche.

Valori settore giovanile calcio

Cosa significa condividere i valori e la didattica?

Ma andiamo ora al primo punto dei 2 indicati sopra; i valori non sono altro che le linee guida fissate dalla società (prima che inizi la stagione) che sono indiscutibili.

Ad esempio, una linea guida potrebbe essere quella di dare spazio (nella Scuola calcio) a tutti i giocatori indipendentemente dalla bravura dei singoli, con unica discriminante la presenza agli allenamenti; in questi contesti il risultato numerico non conta, o (negli esordienti) ha un’importanza secondaria.

Per il settore giovanile invece (Giovanissimi ed Allievi) è possibile fissare come il comportamento e l’impegno diventino elementi significativi nel dare spazio in partita ai giocatori.

Come vedete non è necessario stabilire un lungo elenco di linee guida.

Sono convito che se una società si impegnasse nel cercare/formare istruttori/allenatori di qualità, con la condivisione di valori essenziali, non avrebbe problemi a raccogliere risultati nel lungo/lunghissimo termine.

Rimanendo nell’ottica dei “valori”, passiamo ora ad un aspetto particolarmente delicato.

Il rapporto tra società, allenatore e genitori

Ricorderò sempre un mio collega che negli incontri formativi con i genitori diceva: “questi incontri non servono a nulla, perché i genitori che vengono, già con la loro presenza dimostrano la loro serietà ed attenzione, di conseguenza non hanno bisogno di sentire quello che viene detto…sono quelli rimasti a casa che avrebbero bisogno di sentire quanto spiegato agli incontri”.

Scherzi a parte, il comportamento dei genitori può mettere in difficoltà il proprio figlio in partita, ma anche far perdere autorevolezza all’allenatore intromettendosi in aspetti tecnici di cui non ha competenza.

Prima di intervenire, credo sia comunque importante cercare di comprendere i motivi di tali comportamenti; provo a riassumerli sotto, prendendo spunto da questo articolo di Luca Papini.

  • Il genitore può vivere con grande tensione emotiva (anche superiore a quella del proprio figlio) tutti gli eventi piacevoli e spiacevoli della partita.
  • A volte il genitore tende a proiettare nel proprio figlio la propria voglia di rivalsa o le proprie ambizioni, trascurando che il figlio gioca a calcio per puro divertimento.
  • Di conseguenza non vorrebbe vederlo triste, non considerando che le sconfitte fanno parte della vita e del processo di crescita.

Il consiglio principale che mi sento di dare ai genitori è di vivere con estremo distacco l’attività “agonistica” del proprio figlio, lasciando che l’allenatore faccia il proprio lavoro…e rivolgendosi allo staff (o ai dirigenti) solamente se vede qualcosa che non va dal punto di vista comportamentale/educativo.

Altro consiglio che pochi danno, è quello di fare sport con il proprio figlio!…non perché si “alleni”, ma per fare in modo che provi il piacere di fare sport insieme ai genitori. Questo ha un’altissima valenza formativa nel processo di crescita. Prima di tutto permette di passare del tempo insieme, aspetto che sembra stia diventando sempre più raro (invito a leggere questo articolo di una psicoterapeuta Canadese). Non solo, in questo modo il figlio assocerà la pratica sportiva ad uno stato di benessere che va oltre la competizione, portandosi dietro i benefici psico-fisici per tutta la vita.

Non è necessario giocare a calcio con i genitori, ma anche fare escursioni in montagna, giri in bicicletta, camminate, nuotate, ecc.

Riporto sotto altri consigli più specifici, per quanto riguarda il calcio, tratti dall’articolo Genitori e calcio di Isabella Gasperini.

  • Non dare giudizi su compagni, allenatori e risultati, ma invogliare il figlio a parlare con l’allenatore per ogni suo dubbio. Questo perché il genitore non è immerso nelle dinamiche di squadra per essere a conoscenza di tutti gli aspetti.
  • Disinteressarsi dell’aspetto tecnico (è compito dell’allenatore)…ma soprattutto dell’arbitro!
  • Avere un atteggiamento pro-positivo ed equilibrato, aiutandolo a vivere con serenità l’ambiente competitivo, non esaltandosi per le vittorie e non abbattendosi per le sconfitte.
  • Aiutarlo a considerare il valore di quello che si apprende ogni volta; soprattutto le sconfitte, portano con sé tanti nuovi elementi da cui è possibile imparare.

Dal punto di vista societario, credo sia importante ribadire in più contesti questi concetti; tempo fa vidi negli spogliatoi di Bedonia (in provincia di Parma) un cartello con scritto: “Chi pensa di avere un figlio campione è pregato di portarlo in un’altra società sportiva”.

chi pensa di avere un figlio campione è pregato di portarlo in un'altra società sportiva

Provate a cercare questa frase su google, e vedrete come diverse società l’abbiano appesa nelle proprie bacheche.

Immagino quali possano essere gli eventi che portino a scrivere una frase del genere; senza arrivare a tali estremismi (non mi permetto di giudicare) credo comunque che le società debbano lasciare dei “messaggi” nelle zone in cui stazionano i genitori (mentre aspettano i figli dall’allenamento o guardano le partite), per rimarcare l’aspetto educativo primario dell’attività sportiva.

Si possono appendere cartelli che ricalcano i valori della propria didattica, prendendo spunto anche da frasi più o meno celebri; ad esempio, a mio parere non può mai mancare la carta dei diritti del bambino nello sport. Io personalmente farei scrivere questa frase tratta dal libro di Juan Carlos Mogni:

i risultati duraturi si otterranno se l’impegno ed il sacrificio nascono dalla scelta libera di un ragazzo autonomo. Ma per fare questo è fondamentale prima appassionarsi dello sport. Non si avranno motivazioni sufficienti per diventare campioni, se da piccoli non si ha provato piacere per il movimento”.

Quale didattica dal punto di vista calcistico?

Una volta stabiliti i punti fondamentali (valori e qualità/quantità del personale) credo che l’aspetto più prettamente calcistico sia facilitato, a patto che ci sia coerenza tra società e staff. Con questo voglio dire che nel lungo/lunghissimo termine, probabilmente sarà possibile raccogliere i frutti, ma occorre pazienza e coerenza.

In questo lo staff dirigenziale ha un ruolo cruciale!

Non mi dilungo ulteriormente su questo aspetto che è estremamente vasto, ma segnalo il nostro post dedicato ai migliori libri per la scuola calcio per trovare approfondimenti. Oppure potete iscrivervi gratuitamente al nostro canale Telegram dedicato all’allenamento motorio nella scuola calcio e nel settore giovanile; una volta effettuato l’accesso, potrete scaricare (nel “messaggio fissato in alto”) la risorsa gratuita intitolata proprio “L’allenamento motorio ed atletico nel settore giovanile”.

Autore dell’articolo: Melli Luca, preparatore atletico Monticelli Terme, istruttore Scuola Calcio MT1960 ed Istruttore di Atletica leggera GS Toccalmatto. Email: [email protected]

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