Atleti all’angolo: le difficoltà di fare sport per i ragazzi extracomunitari.
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Per riflettere su questi aspetti (se volete potete raccontare nei commenti la vostra esperienza) ci facciamo aiutare dall’inchiesta di Ilaria Sesana che potete trovare sul mensile “Terre di Mezzo” di gennaio dal titolo “Atleti all’angolo – Guardateli bene: alle Olimpiadi del 2012 non li vedrete. Per colpa di una carta che non c’è”.
Angelo, 16enne latinoamericano, vive vicino a Milano da quando aveva sette anni. Appassionato di calcio, un anno fa ha provato a tesserarsi con la squadra locale. Dopo la visita medica ha consegnato la documentazione: permesso di soggiorno, certificato di frequenza scolastica e residenza. In un secondo momento gli è stato domandato il permesso di soggiorno dei genitori, poi nuove carte in cui mamma e papà hanno dovuto documentare il loro “stato occupazionale” e il reddito. Infine l’ennesima richiesta: Angelo deve certificare di non essere mai stato iscritto a federazioni estere; in caso contrario deve ottenere il transfert, un documento emesso dagli organi sportivi del suo Paese d’origine che autorizzi il trasferimento. “La burocrazia del calcio sembra fatta apposta per rendere tutto più complicato, si teme sempre di avere a che fare con una possibile vittima di tratta calcistica –sottolinea Mauro Valeri-. Quella del transfert è una richiesta assurda: Angelo ha lasciato il suo Paese da piccolo”. Per prevenire lo sfruttamento di baby calciatori africani o latinoamericani da parte di procuratori senza scrupoli, si finisce quindi col penalizzare gli atleti di seconda generazione.
Analoghe difficoltà alla polisportiva dell’oratorio di Clusone (Bergamo). “Per tesserare un ragazzino della leva 1998-99 ho dovuto portare in federazione una cartelletta con 15 fogli”, spiega Alessio Franchina, uno dei giovani che anima le attività sportive. Per mettere in regola un ragazzo italiano, invece, sono sufficienti lo stato di famiglia, il certificato di nascita e quello di residenza. Basterebbe poco per rendere l’iter meno complicato. “Il Coni dovrebbe diramare delle linee guida valide per tutti gli sport -osserva Valeri-, equiparando ai coetanei italiani i nati in Italia e chi è arrivato entro i 10 anni”.
C’è chi invece si è rivolto alla magistratura. Shaib Idrissuou Biyao Kolou, rifugiato politico togolese, ha denunciato la Figc per discriminazione al tribunale di Lodi, perché gli negava il tesseramento. Il regolamento federale prevede, all’articolo 40, che il permesso di soggiorno debba essere valido “almeno fino al termine della stagione sportiva”. Norma necessaria per “tutelare (ancora una volta, ndr) i vivai nostrani”. Proprio in questa frase contenuta nella memoria difensiva degli avvocati della Figc, il giudice Federico Salmeri ha trovato la prova della discriminazione ai danni di Shaib, e ha sottolineato come i limiti posti ai giocatori extracomunitari rendano più difficile il loro processo di integrazione.
Un comportamento ancor più grave se riguarda adolescenti che “scoprono e subiscono questa differenza rispetto a coetanei e amici con i quali fino ad allora avevano condiviso numerose esperienze” si legge nella sentenza. Ai mondiali sudafricani per la nazionale tedesca sono scesi in campo calciatori di origine turca, ghanese, nigeriana, polacca, brasiliana e bosniaca. Per noi, un futuro ancora improbabile.
Angelo, 16enne latinoamericano, vive vicino a Milano da quando aveva sette anni. Appassionato di calcio, un anno fa ha provato a tesserarsi con la squadra locale. Dopo la visita medica ha consegnato la documentazione: permesso di soggiorno, certificato di frequenza scolastica e residenza. In un secondo momento gli è stato domandato il permesso di soggiorno dei genitori, poi nuove carte in cui mamma e papà hanno dovuto documentare il loro “stato occupazionale” e il reddito. Infine l’ennesima richiesta: Angelo deve certificare di non essere mai stato iscritto a federazioni estere; in caso contrario deve ottenere il transfert, un documento emesso dagli organi sportivi del suo Paese d’origine che autorizzi il trasferimento. “La burocrazia del calcio sembra fatta apposta per rendere tutto più complicato, si teme sempre di avere a che fare con una possibile vittima di tratta calcistica –sottolinea Mauro Valeri-. Quella del transfert è una richiesta assurda: Angelo ha lasciato il suo Paese da piccolo”. Per prevenire lo sfruttamento di baby calciatori africani o latinoamericani da parte di procuratori senza scrupoli, si finisce quindi col penalizzare gli atleti di seconda generazione.






