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  1. Conoscenza e comunicazione: i segreti di una ”tattica” vincente.

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    L’inizio della stagione sportiva per una squadra di calcio è una delle fasi più delicate ed importanti dell’anno, in quanto proprio in tale periodo si gettano le basi sulle quali costruire un campionato.

    Ciò vale per la preparazione fisica, che deve essere calibrata con gran cura ed equilibrio, in modo da arrivare gradatamente alla migliore forma, per garantire la massima continuità e assicurare il top della condizione in occasione degli “appuntamenti che non si possono sbagliare”.

    È valido, altresì, per quanto riguarda la componente tattica, che proprio in quel periodo è esaminata, esercitata e messa a punto, per consentire ai giocatori di apprendere e all’allenatore di valutare la più ampia ed appropriata gamma di soluzioni tattiche a disposizione. Ma, non di meno, è soprattutto determinante la cura dell’aspetto psicologico, che un allenatore deve perseguire, cercando di fare una valutazione complessiva sia del singolo giocatore e sia della squadra.

    In altre parole, non si devono considerare solo gli aspetti strettamente specifici (tecnici, tattici e fisici) del calcio: chi sa tirare, stoppare, passare la palla, chi sa coprire o aggredire gli spazi, chi è veloce, forte, resistente ecc.; si deve prestare particolare attenzione anche alle componenti intellettive, caratteriali, motivazionali e di relazione rispetto all’ambiente, alla società, all’allenatore stesso ed ai compagni.

    Saper valutare il carattere dei singoli giocatori, le relazioni che intercorrono tra loro, le dinamiche di gruppo esistenti diventa fondamentale per individuare eventuali leader positivi e negativi all’interno di una squadra, ossia chi con il suo modo di essere e di rapportarsi con i compagni funge da elemento aggregante e trascinante e chi, invece, in prospettiva potrebbe generare problemi e avere la tendenza a disgregare il gruppo o comunque a ostacolare la coesione.

    L’individuazione immediata del carattere e delle capacità intellettive dei singoli giocatori nell’ambito della squadra è un importantissimo elemento di valutazione: la “forza” o “debolezza” caratteriale, l’intelligenza, l’intuito di un giocatore possono essere effettivi o presunti e solo con il tempo e con il verificarsi di particolari situazioni probanti si possono avere validi riscontri.

    Porre attenzione a questo aspetto permette, quindi, all’allenatore di calcolare e prevedere effetti e reazioni del singolo e del gruppo ai suoi comportamenti e alle sue decisioni.

    In pratica, prima il mister riesce a inquadrare un suo giocatore sotto il profilo del carattere, dell’intelligenza e del modo in cui si relaziona con gli altri, prima saprà come comportarsi con lui, come parlargli, che cosa dirgli, come “gestirlo”.

    Uno degli obiettivi che il mister deve perseguire, per formare il cosiddetto “spirito di gruppo”, è quello di favorire e alimentare in ciascun giocatore, se non l’amicizia, almeno la stima, il rispetto e la predisposizione al sacrificio (in termini calcistici, s’intende) nei confronti di tutti gli altri compagni: una squadra, infatti, è formata da individualità spesso profondamente diverse tra loro che vanno assemblate non solo in senso tecnico-tattico, ma anche dal punto di vista relazionale.

    Il mister, quindi, deve essere capace di osservare le dinamiche del gruppo, intervenendo, con discrezione, solo laddove le relazioni interpersonali potrebbero rischiare di pregiudicare l’equilibrio e l’armonia del gruppo stesso o di parte di esso.

    Sottolineo l’espressione “con discrezione”, in quanto non va dimenticato che l’allenatore, per quanto possa costituire un punto di riferimento per i giocatori, resta sempre, per così dire, un “estraneo”, un “altro” da loro.

    Inoltre, nell’indispensabile bagaglio dell’allenatore, vi devono essere, oltre che una specifica competenza tecnico-tattica, anche alcune caratteristiche di buon comunicatore.

    Infatti, ho riscontrato che i messaggi trasmessi da forme di comunicazione non verbale sono ben più incidenti rispetto a quelli verbali, per cui è consigliabile pensare bene prima di agire, poiché sono proprio le nostre azioni, anziché le nostre parole, a offrire i messaggi migliori: mancare o arrivare tardi agli allenamenti e alle partite, dirigere le sedute con scarsa voglia, non trasmette certo valori di disponibilità o d’impegno, sostituire, in ogni occasione, gli stessi giocatori, adducendo ogni volta una scusa diversa, non è certo esempio di sincerità.

    Per ottenere il massimo dai giocatori, il mister deve usare le armi dell’autorevolezza, ovvero dimostrare di conoscere la materia-calcio, di saper coinvolgere appassionare i giocatori in quello che stanno facendo, di credere nelle cose che dice, di essere coerente con le proprie idee, di essere imparziale ed equo nelle decisioni e nelle valutazioni.

    Tutt’altra cosa è l’autoritarismo, dietro il quale non di rado si nasconde, in realtà, insicurezza ed incapacità di instaurare un rapporto equilibrato con i giocatori: dire ad un giocatore “si fa così perché lo dico io”, significa alzare un muro di incomunicabilità che non può che creare malumori e tensioni all’interno del gruppo e perdita di entusiasmo e collaborazione.

    Sulla base dell’esperienza vissuta durante la mia attività di allenatore di squadre di varie categorie dilettantistiche e di settore giovanile, ho maturato alcune considerazioni, che ora propongo come spunti per conseguire un miglioramento della propria capacità di dialogo con i giocatori:

    • -prima di incontrare un nuovo gruppo si potrebbe inviare una lettera o telefonare a ogni calciatore per ben presentarsi ed instaurare un primo rapporto di comunicazione, consigliando alcuni esercizi fisici per mantenere una certa confidenza con l’attività sportiva;

    • -riprendere periodicamente con la telecamera i giocatori durante una partita fatta, per poi rivedersi assieme, potrebbe essere un modo per far meglio comprendere i miglioramenti individuali e di squadra raggiunti;

    • -eseguire periodicamente dei test (tecnici, coordinativi, fisici e situazionali) evidenziando pregi e difetti;

    • -far scrivere ad ognuno la propria “formazione ideale”, oltre che divertire, può farci rendere conto delle dinamiche sociali del gruppo squadra.

    Comunque, ritengo molto importante dedicare alcuni minuti del primo allenamento settimanale per discutere dell’ultima partita giocata: in questo caso, la partecipazione dei giocatori diventa fondamentale, in quanto troppo spesso, in questi casi, si assiste a veri e propri monologhi degli allenatori, soprattutto nei settori giovanili.

    Invece, bisognerebbe stimolare l’intervento dei giocatori con domande del tipo: “come avete visto la partita?”, “come abbiamo gestito il possesso palla?”, “come abbiamo gestito le fasi difensive?”, “quali sono stati gli aspetti positivi della partita?”.

    Aspettarsi un’iniziale situazione d’imbarazzo è più che normale, insistere incentivando la discussione è fondamentale. Accettare la vittoria e la sconfitta come elementi di normalità del gioco, analizzandone gli aspetti positivi e negativi, deve essere motivo di crescita importante, cercare i rimedi agli errori, discutendone assieme, deve diventare un imperativo imprescindibile.

    La comunicazione non può ovviamente, prescindere dalla qualità del gioco di squadra: pensare di istituire un modello di alta partecipazione ed elevato coinvolgimento emotivo, in un modello di squadra prevalentemente basata su di un gioco ispirato solamente dalle qualità individuali e non collettive, è pura fantasia.

    Tutti i giocatori devono contribuire alle fasi offensive e difensive, per cui è bene che, anche durante gli allenamenti, queste esigenze siano considerate e che, nell’attività di riscaldamento, nelle situazioni di gioco e nei giochi a tema, siano opportunamente sottolineate dall’allenatore: il possesso palla, i movimenti senza palla coordinati, la ricerca, la creazione, nonché la difesa degli spazi in modo collettivo, sembrano essere principi necessari al coinvolgimento di tutti gli elementi della rosa.

    Alla fine, dunque, la tattica migliore per gestire il gruppo in modo efficace, è proprio il saper comunicare con i propri giocatori, i quali, bisogna ricordarlo, sono i veri artefici delle prestazioni sportive di una squadra di calcio.

    Maurizio Ciani

    Allenatore di Base

  2. Guida di una squadra professionistica: l’allenatore di calcio.

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    di Ottmar Hitzfeld *

    Prima di parlare delle competenze dell’allenatore voglio parlare della posizione che esso occupa nel calcio.

    L’allenatore è in bilico tra la considerazione e la stima dei suoi giocatori, del club, della stampa; a volte è stimato, lodato, apprezzato, altre volte (molto più spesso a dir la verità) rifiutato, criticato, disprezzato ed in ultimo esonerato.

    Così come è responsabile di sconfitte e cattiva classifica, d’altra parte è figura paterna ed eroe nei successi.

    E’ un dato di fatto che la stima nei confronti dell’allenatore non sia basata sul suo lavoro quotidiano, ma solo sul momentaneo successo o insuccesso.

    Rapporto con i giocatori
    L’allenatore occupa vari ruoli, il più importante dei quali è il rapporto con il giocatore. I giocatori nutrono aspettative nei confronti dell’allenatore e l’allenatore nutre aspettative nei confronti dei giocatori.
    Aspettative dei giocatori: il tecnico deve possedere competenza tecnica e tattica, capacità di relazionarsi con loro, neutralità, sensibilità per i problemi dei singoli giocatori.

    Queste competenze vengono applicate differentemente dal tecnico a seconda che questi si trovi in campo d’allenamento, sul terreno di gioco prima, durante e dopo la partita, negli spogliatoi e così via.

    L’allenatore deve anche avere una personale linea di condotta nei confronti degli aspetti che coinvolgono la vita privata dei giocatori.

    Aspettative dell’allenatore: l’allenatore si aspetta sempre il massimo impegno da parte del giocatore, competenza tattica e visione di gioco. Si aspetta anche obbedienza agli ordini impartiti, capacità di “fare gruppo”, responsabilità, fiducia e discrezione.

    L’allenatore ed il Club
    Il Club esige dall’allenatore successo, vittorie, buona classifica e che non si verifichino contrasti con giocatori che possano danneggiare l’immagine del club. Il club esige l’accettazione alla filosofia direzionale, solidarietà e lealtà con la direzione e con la squadra.

    A proposito di conflitti, un aneddoto della mia permanenza presso il Bayern Monaco.

    All’indomani di una sconfitta in Champions League con il Lyon (0:3) ho avuto una lunga conversazione con il Presidente del Bayern che mi ha mostrato grande comprensione; non più tardi di qualche ora, davanti a sponsor, stampa e televisione, il Presidente Franz diffamava la squadra in presenza dei giocatori. Kahn, Elber, Effenberg mi guardavano ed io già intuivo il conflitto che si preparava. Dovevo subito reagire.

    Il dialogo fra noi:
    Kahn e Effenberg: “Noi siamo dipendenti del Club, il Presidente comanda, abbiamo perso 3 a 0. Ci ha offesi, ha detto “squadra di scellerati”.
    Effenberg: “Cosa risolverebbe un attacco contro Franz?

    Ci vuole solidarietà all’interno della squadra, una forte reazione in campo”

    Hitzfeld: “L’obiettivo principale, la migliore risposta che possiamo dare è quella di vincere la Champions League”.

    Le aspettative dell’allenatore verso il club: assoluta indipendenza nella guida tecnica della squadra, tolleranza nel momentaneo insuccesso e solidarietà in tempi di crisi. Naturalmente si deve esigere il totale rispetto del contratto.

    L’allenatore ed i tifosi
    Le aspettative primarie del pubblico sono vittorie e successi. Al secondo posto viene il bel gioco, che sia bel calcio, che le partite risultino interessanti ed anche un pizzico di brivido non guasta.

    Le aspettative del tecnico nei confronti dei tifosi: ci si deve aspettare almeno dal pubblico di casa una certa generosità e anche tolleranza nei momenti dell’insuccesso.

    L’allenatore ed i media
    Aspettative dei media: il rapporto con la stampa è generalmente piuttosto difficile, ma dipende molto dal carattere del giornalista – cronista che spesso vuole sapere già prima della partita la tattica che verrà adottata, o subito dopo la partita pretende un giudizio sul singolo giocatore.

    Io non ho avuto seri problemi con la stampa, ho sempre preferito rispetto e distanza.
    Aspettative dell’allenatore: tolleranza, generosità e stima, ma sempre nel rispetto della privacy personale.

    Vi ho elencato tutti questi aspetti conflittuali che un allenatore deve saper gestire. Questo è un ruolo problematico e composto da molteplici qualità che il tecnico deve possedere, in una parola: competenza.

    Competenza e serietà nel portare a termine con successo un contratto che si sottoscrive.

    Le qualificazioni del tecnico (competenze)
    Per guidare una squadra l’allenatore, oltre ad essere un tecnico deve essere un abile psicologo e pedagogista, deve possedere:
    • competenza tecnica;
    • competenza istruttiva;
    • competenza nella guida della squadra;
    • competenza psicologica.

    Competenza tecnica
    Da suddividere in due aspetti:
    1) personale bravura nella visione di gioco ed esperienza sul campo;
    2) conoscenza della teoria.

    Non mi voglio dilungare sulle competenze in campo visto che chi legge avrà già un ottimo background alle spalle dovuto ai corsi ed agli aggiornamenti effettuati.

    Competenza istruttiva
    Nella moderna psicologia della guida di una squadra si distingue fra istruzione e guida della squadra. Nell’istruzione il compito delle parti (giocatori ed allenatore) è comune, si gioca sullo stesso livello.

    La competenza come istruttore si esprime sia in allenamento sia in partita. La competenza tecnica, la creatività, la tattica e la capacità di motivare le proprie scelte (ordini e correzioni) sono la base di queste competenze.

    Competenza nella guida della squadra
    Inteso come rapporto interpersonale tra allenatore e giocatori. La cosa più importante è sicuramente il modo ed il tono nell’impartire la propria volontà. Il “come” vengono dette certe cose è assai più importante del “cosa” viene detto.

    Possiamo distinguere due metodi di comunicazione:
    1) possiamo comunicare mantenendo una certa distanza, dove ognuno ha il proprio ruolo; l’allenatore in questo caso impartisce con autorità i propri voleri.
    2) Possiamo invece portare avanti un sincero rapporto umano con i giocatori basato su stima, lealtà, spirito di cameratismo, amicizia, simpatia, in una parola un vero rapporto di fiducia.

    Un lampante esempio del mio trascorso presso il Bayern Monaco.

    La squadra era sotto pressione, avevamo pareggiato la prima partita 1:1 con l’Herta Berlino; la seconda partita contro il Leverkusen abbiamo perso ed infine c’era da affrontare il superderby con l’Unterhaching.

    Come è facile immaginare la tensione era alta, il venerdì durante l’ultimo allenamento Lizarazu si avvicina a Lothar Matthàus e gli da uno schiaffo. Matthàus fortunatamente non reagisce ma abbandona il campo d’allenamento. Dovevo intervenire immediatamente.

    Chiamai immediatamente Lizarazu negli spogliatoi dove raggiungemmo Matthàus che già si stava recando sotto le docce. Era visibilmente offeso e con i nervi a fior di pelle.

    Già immaginavo i sensazionalistici titoli sui giornali sportivi dell’indomani. Per non ingigantire l’accaduto dovevo riportare entrambi i giocatori di nuovo in campo.

    Dopo 15 minuti di discussioni, anche accese fra i due ed io, finalmente sono riuscito a fargli stringere la mano ed a riportarli a terminare l’allenamento.

    Nelle intenzioni del club le conseguenze per Lizarazu sarebbero state gravi, arrivando addirittura a non farlo giocare per vari turni, ma Matthàus prese le sue difese e quindi la società, con il mio benestare, optò per una multa di 15.000 marchi.

    Non poteva venir lasciata impunita una così grave infrazione delle regole comportamentali. Potevo risolvere questa delicata situazione solo intervenendo subito, parlando ed ascoltando i giocatori.

    I buoni rapporti tra noi e la sincerità che caratterizzò la discussione nello spogliatoio hanno risolto questa situazione difficile, senza aver dovuto imporre la mia autorità.

    Non ero il solo arbitro tra i due, anche il club in quel momento ti osservava e giudicava il tuo modo di risolvere certe situazioni. Oltretutto c’era anche la stampa presente, e per evitare gravi scandali che inevitabilmente sarebbero stati ingigantiti.

    Come allenatore non posso accettare che un giocatore abbandoni il campo. Mai.

    La competenza che stiamo trattando non si riferisce solo al campo umano, ma anche al modo ed al tono con cui l’allenatore interloquisce con la squadra: il modo di commentare l’insuccesso ed il successo, le parole giuste da usarsi nell’intervallo fra i due tempi e durante la gara.

    Anche se oggi si parla molto di cooperazione e di democrazia, l’allenatore, anche grazie alle sue competenze tecniche, ha il dovere di prendere decisioni autorevoli in materia di forma e svolgimento dell’allenamento, ordine tattico prima e durante la gara, sostituzioni, ecc. questa autorevolezza deve al contempo essere mitigata dal rapporto con il giocatore, lo dobbiamo saper ascoltare, dobbiamo fargli esprimere le sue idee e le sue opinioni.

    Dobbiamo essere coscienti delle motivazioni del giocatore, dettate da fattori esterni (soldi, notorietà, prestigio) e fattori interni o emozionali (gioia del gioco, interessi, hobby, amicizie). Solo in questo modo si crea un clima di fiducia ed il giocatore si sente capito e preso sul serio.

    Se la sua autostima cresce, di pari passo migliora anche il rendimento del giocatore. La conoscenza di questi elementi è fondamentale anche per la successiva motivazione sia del singolo che dell’intera squadra.

    Competenza psicologica
    Vuol dire comprendere per poi istruire. Vi sono tre ordini di competenza psicologica:
    1) comprendere il singolo giocatore: capire dove è la sua forza o debolezza, individuare i suoi problemi o le sue preoccupazioni, la sua “salute” mentale del momento, quali sono le sue paure o le sue gioie; il giocatore si deve sentire capito, rispettato e accettato dal tecnico e dal gruppo.

    2) comprendere il gruppo: avvertire eventuali disagi del gruppo, capire il ruolo del singolo giocatore all’interno del gruppo (leader, capro espiatorio, ecc.), individuare e capire i piccoli gruppi che si formano all’interno della squadra, siano questi gruppi formati per simpatie o antipatie personali, per successo o insuccesso, per età, ecc.

    3) comprendere se stessi: comprendere gli altri è solo possibile se si conosce in primis se stessi, le proprie debolezze ed i propri punti di forza. Per capire se stessi è necessario guardarsi dentro, riflettere, ed esprimere se stessi nel proprio lavoro.

    Come avrete certamente capito per me è molto importante l’aspetto umano, cerco sempre di capire il giocatore e cerco di guidare il gruppo così come a me piacerebbe essere guidato.

    Se come allenatore sono capace di creare un’atmosfera positiva nel gruppo, questa si ripercuote innegabilmente in modo positivo sul rendimento della squadra.

    Articolo tratto da “l’allenatore”

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