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  1. Il calcio è poesia

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    Pubblicato da Isabella Gasperini su ISABELLA GASPERINI BLOG

    PER “CRESCERE GIOCANDO A CALCIO”

    Il calcio è una giornata di festa come oggi, 25 aprile, un centro sportivo assolato, tanta gente….. E in un angolo silenzioso vicino a un campo di grano, un gruppetto di ragazzi ed un mister, legati dal loro dialogo segreto…..

    Poi arriva lo spazio da percorrere delimitato dalle linee bianche. Un avversario da scavalcare per giungere tutti insieme a varcare quella rete….. Ed esultare insieme!

    Non è importante un gol, una vittoria, se non si conosce il sapore amaro della sconfitta.

    Per questo in certi casi ci si abbraccia tanto forte, perché tutti insieme vicini vicini, ci si sente un gruppo, perché in precedenza ad unire è stata la rabbia e la rassegnazione dell’aver perso un’altra partita.

    Il calcio è poesia quando vuoi andare a salutarli e avvicinandoti allo spogliatoio, invece dei ragazzi, ci sono le loro maglie stese.

    Poi li vedi uscire…. Prima in campo piccoli guerrieri, dopo con le infradito vanno a mangiare mentre scherzano e si fanno i dispetti… E respiri la loro amicizia….. E questa è poesia pura.

    Poesia è il loro sguardo…..

    È vederli che dopo mangiato, nell’attesa di un’altra partita, anziché riposarsi in centomila modi possibili, si mettono a giocare scalzi, su un prato d’erba adiacente al campo di calcio…

    …. La porta creata dalle loro magliette…..

    Come facevamo noi, quando eravamo bambini.

    Poesia è vederli esultare la loro vittoria, accanto a due genitori che hanno organizzato una giornata di festa in ricordo del loro bambino: Silvio Botticelli <3

    Poesia è l’abbraccio dei genitori ai loro figli…..

    Poesia è un papà, che quando si veste da mister diventa papà anche dei suoi allievi….

    Poesia è vederli sereni, è vederli ricchi di energia e di sogni, ma di quelli piccoli che fanno il cuore felice, come vincere una coppa a un torneo, come vincere una partita su un prato scalzi e sudati…..

    La poesia sono soltanto loro. Il loro mondo sommerso dietro i loro sguardi….. La loro bellezza pulita.

    Grazie ragazzi!!!! Oggi mi avete fatto vivere le emozioni che gli istruttori di calcio che conosco in tutta Italia cercano di spiegarmi e che palpo dalla passione con cui mi chiedono pareri su Facebook o nella posta privata, sulla mia mail, o su questo blog….. Mi sento fortunata per questo! Amici allenatori siete fortunati anche voi!

    Grazie al gruppo 2002 e al loro mister Roberto Babini per avermi permesso questo!!!

    Grazie ai genitori che hanno condiviso con me la tribuna!

    Con il cuore….. Isa

  2. Il disagio di non essere un campione

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    “Sono già le 15, il tempo è volato, devo andare alla Scuola Calcio, ma anche oggi non ne ho voglia. Ma papà insiste, dice che se non vado, non imparo, è vero, lui dice che sono già bravo, ma devo comunque insistere negli allenamenti per migliorarmi e diventare il più bravo. Anche se ……., anche se il Mister non è che ne capisce più di tanto, dice il mio papà. La società non fa nulla perché io migliori, magari in un’altra scuola sarei già pronto per …..

    Bambini e pallone 2E poi il Mister che mi fa giocare quanto gli altri e magari qualche minuto in meno, io che, secondo lui dovrei giocare sempre e più di tutti, e che sempre secondo lui, se non gioco la squadra non gira.

    Io, io vorrei tanto dirgli una cosa.

    Vorrei dirgli che non mi sento tanto portato per il calcio, infatti non credo affatto di essere bravo come dice lui, e anche il mio Mister, ce la mette tutta per insegnarmi qualcosa, per farmi divertire, già divertire, è quello che il mio Mister dice sempre, vi dovete divertire, al calcio ci penserete dopo.

    Ma questo il mio papà non lo sa, altrimenti, mi porterebbe subito in un’altra scuola, una scuola dove veramente si diventa calciatori, e non qui dove sono ora, che ci si diverte.

    Ma io qua, anche se il calcio non tanto mi piace, ho i miei amici, con loro sto bene, sono simpatici e insieme facciamo passare l’ora che altrimenti per me sarebbe noiosa”

    Vorrei credere che questi pensieri, non passassero mai per la mente di un bambino, vorrei credere che lui faccia le sue scelte, la piscina, la pallacanestro, il rugby o chissà cos’altro.Mi piacerebbe credere che il bambino non veda l’ora di recarsi a fare SPORT, lo sport che diverte, che forma e che fa crescere, così come gli hanno insegnato i genitori.

    Vorrei credere, che il Mister di mio figlio sia bravo, se non il migliore, perché con lui mio figlio si diverte, si stanca e soprattutto si muove.

    Vorrei credere che tutto ciò che il Mister di mio figlio fa o dice è giusto, propedeutico, interessante e divertente.

    Vorrei credere …………………………….

    Bambini e palloneTutti, Genitori, Dirigenti e Mister sappiamo che non è così, certo qualche genitore “diverso” ci sarà pure, ma li abbiamo incontrati, in tutte le società in cui abbiamo prestato la nostra opera, li abbiamo sentiti, direttamente o indirettamente, li abbiamo sentiti. Loro hanno sempre preteso che il figlio fosse trattato da campione, che il figlio giocasse sempre e più di tutti, cronometro alla mano, pronti a contestarti il minuto in meno. Incuranti di alzare la voce di fronte ai compagni del proprio figlio, gli altri genitori. Ma soprattutto incuranti dello sguardo implorante del proprio figlio, che vorrebbe solo divertirsi, non importa se prendendo a calci un pallone, se cercando un canestro, o sguazzando nell’acqua, o ……già vorrebbe soltanto divertirsi come dice il suo Mister, vorrebbe non essere un CAMPIONE.

    Nicola Amandonico

  3. Lettera alla MAMMA: spettatrice … protagonista!

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    (L’emisfero destro … dei giorni nostri!)

    Salve a tutti, sono un bambino del XXI secolo, voglio raccontarvi una storia …

    In questo strano mondo del calcio (giovanile) troppo spesso si condanna preventivamente la figura del ‘genitore-papà’ reo sempre e comunque di tutti i comportamenti negativi diretti o indiretti veicolati al proprio figlio.

    Non nego, anzi avvaloro, l’enorme danno che tanti papà (molti dei quali coscienti del proprio delirio personale) arrecano ai propri figli tramite atteggiamenti infantili e gesti inconsulti …

    La premessa è d’obbligo, d’altronde se l’Italia è conosciuta, anche, per essere ‘la patria dei 60 milioni di allenatori’ (una delle tante medaglie del Bel Paese …) un motivo per queste strambe deviazioni identitarie dovrà pur esserci …

    Nei famosi 60 milioni, ovviamente, come avrete capito, non possono non esserci, abalotelli e mammanche, le tante mamme che accorrono spasmodicamente al ’capezzale ludico’ dei propri cuccioli …

    E’ inutile ma obbligatorio visti i tempi, rilevare di non voler fare di tutta l’erba un fascio, ma è inevitabile ricorrere a questa sottolineatura per evitare di incorrere nelle sabbie mobili del populismo (becero) da quattro soldi.

    Cara mamma, è inutile che tu stia lì a guardarmi ore e ore … sarebbe più opportuno che tu mi aspettassi a casa, come facevano le nonne di oggi con i figli di allora: VOI, i genitori moderni …

    Non è necessario che tu venga a fare una sfilata di moda a ogni partita che gioco … e butta quella sigaretta ché ti fa male …

    La mamma, nel XX secolo, era di solito a casa, non s’interessava di quello che non conosceva (il calcio)… per indole, riteneva il gioco del calcio un esercizio noioso e incomprensibile!

    Faceva da mangiare: il ragù cuoceva per oltre 3 ore … oggi dispensa consigli e varianti tattiche secondo quello che le ‘passa’ per l’emisfero destro del proprio cervello …[citazione scientifica: nel cervello femminile, il corpo calloso (una struttura composta da fibre nervose che connettono l’emisfero di destra con quello di sinistra) è molto più complesso. Nella donna, quindi, i due emisferi comunicano più facilmente tra loro.

    Conseguenze? L’uomo tende a elaborare la realtà basandosi soprattutto sull’emisfero sinistro, razionale, logico e rigidamente lineare. La donna utilizza in misura maggiore l’emisfero destro che permette di compiere operazioni mentali in parallelo, ed è più legato alla sfera emozionale e al linguaggio analogico.]

    Secondo la scienza, quindi, la donna sarebbe addirittura sprecata nel seguire l’andamento irregolare e poco ortodosso di una sfera presa a calci!

    Capito mamma? Ci sono cose appropriate per ogni emisfero … non è un discorso sessista e non deve neanche sembrare una forzatura alla quotidianità cui ci stiamo abituando …

    “Mio figlio deve giocare dietro, davanti deve giocare quell’altro … mio figlio non può giocare in porta: è sprecato …” Musica e parole ‘rubate’ ai papà (l’altro emisfero dei milioni di allenatori) sciorinate a uso e consumo della platea (ipocrita) compiacente che le deglutisce senza soluzione di continuità …

    Cari genitori, non è bello vedervi dietro le reti di recinzione come foste delle scimmie allo zoo in cerca della nocciolina che in questo caso sarebbe un mio gol … mio e solo mio, sconfessando la natura primordiale del gioco del calcio che nasce come gioco di squadra!

    Commentate sacentemente, e di solito senza le basi del mestiere, la prestazione di questo o quel bambino … ritenendolo più o meno pronto per entrare a far parte del primo o del secondo gruppo …

    chiccocalcio3La moda del momento è: parlare di bambini più o meno pronti, è il nuovo modo di giudicare, senza infierire più di tanto, sulle qualità ‘calcistiche’ di bambini di 10 anni …

    Non si usa più il termine ‘bravo’ o ‘pippa’… Si è trovato un modo politically correct per definire un bambino in rampa di lancio, o meno, per l’universo indefinito del professionismo …

    Lo stratagemma è chiaro: ‘c’è una speranza per tutti’! Con la celata approvazione di chi gestisce il sistema…

    Se, cari Mamma e Papà non siete riusciti a imporvi, ai vostri tempi, nello sport (sempre che ci abbiate provato), non è detto che debba riuscirci IO … è vero che oggigiorno è sempre più difficile trovare lavoro e che diventare famosi e ricchi aprirebbe a me, e forse anche a voi, prospettive di vita fantasmagoriche … ma penso che dobbiate darvi, TUTTI, una ridimensionata così da permettere a noi bambini di ritagliarci qualche ora di svago in questa vita frenetica che anche a noi, a 10 anni, cerca di rubare la spensieratezza che voi avete perso e che sembra non vogliate concederci col vostro atteggiamento …

    Ok mamma? Non te la prendere … e se non ti senti parte integrante di questo quadro che ho descritto, ti dedico queste ultime righe …

    “Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice “non urli, non è mica la prima”.Imparano a cantare piangendo, a sciare con le ossa rotte.”

    Concita De Gregorio, Malamore – (ed. Mondadori)

    Luca Sbarbaro per mistermanager.it

    Claudio DamianiA cura di Claudio Damiani

  4. La psicologia nello sport : il rapporto genitori-bambini

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    Il ragazzo che sceglie di impegnarsi in uno Sport merita rispetto e stima da parte dei genitori, che devono cercare di spronarlo ed incoraggiarlo nello svolgimento di tale attività, ma soprattutto capire, e fargli comprendere , che lo Sport è prima di ogni cosa, divertimento e voglia di stare insieme, senza nutrire gelosie inutili o false ambizioni, che, il più delle volte, sono di ostacolo e non di aiuto al giovane.

    In effetti, particolarmente nel calcio e nella fascia d’età compresa tra i 6 ed i 14 anni, il genitore si trova di frequente protagonista di situazioni spiacevoli, che creano problemi ed ostacoli ad una serena e positiva attività sportiva per il proprio figlio. Molto spesso, un occhio attento scopre che il vero protagonista delle partite giovanili, colui che è più carico di tensioni, che si è preparato meticolosamente e che poi si dispera se si sbaglia un tiro in porta, è proprio il genitore.

    Il ragazzino, invece, scuote le spalle, cancella quasi subito l’errore o la sconfitta e, in definitiva, l’unica cosa di cui veramente si rammarica è l’idea della predica che Io aspetta a casa. Può capitare che inconsciamente si tenda a realizzarsi attraverso il bambino e a proiettare su di lui i desideri che non si è riusciti a soddisfare da giovani. Con la convinzione che “ lo si fa per il suo bene’’, in realtà si può correre il rischio di diventare veri e propri deterrenti psicologici, non solo condizionando negativamente il rendimento in gara, ma, fatto ancora più grave, danneggiando lo sviluppo psicologico del ragazzo.

    Molto spesso si vorrebbe che il proprio figlio non dovesse mai soffrire, ne commettere errori, ma ricevere dalla vita solo gioia e felicità: questo, purtroppo, non è possibile ed il compito del genitore diviene, perciò, quello di non intromettersi nelle scelte del figlio e di non voler vivere la vita al suo posto, capendo che ogni errore commesso ed ogni dolore provato aiuta il ragazzo
    a crescere ed a formare una sicura personalità.

    Penso che l’attività sportiva sia uno del mezzi migliori per aiutare il proprio figlio a maturare e a crescere, in quanto lo Sport spinge il giovane ad impegnarsi, a cercare di migliorarsi, a mettersi continuamente alla prova, a stringere rapporti sociali, a comprendere il sacrificio e l’umiltà, ad assumersi delle responsabilità ed a divenire membro di una collettività nella quale vigono, per ciascuno, Diritti e Doveri.

    Di seguito vengono proposti alcuni suggerimenti per i genitori, frutto di esperienze e che servono ad indicare un modello di comportamento positivo nei riguardi dei propri figli, modello che, ovviamente non ha nessuna pretesa di essere un Dogma, ma solo una traccia di riflessione.

    • Stimolare, incoraggiare la pratica sportiva, lasciando che la scelta dell’attività sia fatta dal bambino.
    • Instaurare un giusto rapporto con l’allenatore per fare in modo che al bambino arrivino sempre segnale coerenti dagli adulti di riferimento.
    • Lasciare il bambino libero di esprimersi in allenamento ed in gara (è anche un modo di educarlo all’autonomia).
    • Evitare di esprimere giudizi sui suoi compagni o di fare paragoni con essi: è una delle situazioni più antipatiche che si possano verificare sia per i piccoli che per i grandi.
    • Evitare rimproveri a fine gara. Dimostrarsi invece interessati a come vive i vari momenti della gara ed eventualmente evidenziare i miglioramenti. Aiutarlo a porsi obiettivi realistici ed aspettative adeguate alle proprie possibilità.
    • Offrire molte opportunità per un’educazione sportiva globale. Rispetto delle regole, degli impegni, delle priorità, dei propri indumenti, degli orari, dei compagni, dell’igiene personale. Il genitore deve concorrere al raggiungimento di questi obbiettivicon l’allenatore.
    • Far sentire la nostra presenza nei momenti di difficoltà; sdrammatizzare, incoraggiare,evidenziare gli aspetti positivi. In ogni caso salvaguardare il benessere psicologico del bambino.
    • Avere un atteggiamento positivo ed equilibrato in rapporto ai risultato, saper perdere è molto più difficile ed importante che saper vincere. Nello sport, come nella vita, non ci sono solo vittorie e dopo una caduta bisogna sapersi rialzare.
    • Tener conto che l’attività viene svolta da un bambino e non da un adulto.
    • Cercare di non decidere troppo per lui.
    • Cercare di non interferire con l’allenatore nelle scelte tecniche evitando anche di dare giudizi in pubblico sullo stesso ( in caso di atteggiamenti ritenuti gravi rivolgersi in Società ).
    • Cercare di non rimarcare troppo al bambino una partita mal giocata o quant’altro evitando di generare in lui ansia da prestazione ( non bisogna essere né ipercritici né troppo accondiscendenti alle sue richieste che spesso sono solo dei capricci ).
    • Incitare sempre il bambino a migliorarsi facendogli capire che l’impegno agli allenamenti in futuro premierà (rendendolo gradatamente consapevole che così come a scuola anche a calcio per far bene c’è bisogno di un impegno serio).
    • Abituare il bambino a farsi la doccia, legarsi le scarpe da solo e a portare lui stesso la borsa al campo sia all’arrivo che all’uscita (rendendolo pian piano autosufficiente).
    • Cercare di non entrare nel recinto di gioco e nello spogliatoio.
    • Durante le partite cercare di controllarsi: un tifo eccessivo è diseducativo sia per i bambini che per l’immagine della società nei confronti dell’esterno.
    • Cercare di ascoltare il bambino e vedere se quando torna a casa dopo un allenamento od una partita è felice.
    • Ricordarsi che sia i compagni che gli avversari del proprio bambino sono anche loro bambini e che pertanto vanno rispettati quanto lui e mai offesi.
    • Rispettare l’arbitro e non offenderlo.
    • Nelle partite del Settore Giovanile spesso gli arbitri sono ragazzi giovani al primo approccio o sono dei dirigenti e anche loro genitori che stanno aiutando il calcio giovanile: tutti si può sbagliare, cerchiamo di non perdere la pazienza!
    • Ricordarsi che molte volte si pensa che ” l’erba del vicino sia sempre la migliore” e pertanto prima di criticare l’operato della Società cercare di capire chiedendo direttamente spiegazioni al Responsabile che sarà felice di ascoltarti.

    Stare con i coetanei è anche un modo per impossessarsi dei comportamenti degli adulti, per abituarsi al controllo della realtà imparando a responsabilizzarsi e ad accettare quelle regole morali e di comportamento che sono la base di una corretta socializzazione.

    Il gioco è, quindi, un’attività motoria importante e che serve ad assolvere molte funzioni: – esplorazione: il bambino osserva il suo ambiente e ne fa conoscenza; – acquisizione di abilità fisiche specifiche: tramite i giochi di movimento e di precisione; fortificazione dell’organismo: anche in questo caso tramite i vari giochi fisico-motori; – aumento del senso di sicurezza e di autostima : attività ludico-motoria, giochi di precisione e giochi sociali; – socializzazione: giochi di gruppo; – acquisizione di abilità logiche:
    giochi di costruzione, di fantasia e di regole.

    L’attività sportiva, permette: – di esprimere in forma sportiva l’agonismo necessario per affermare se stesso in un ambiente competitivo, e quindi non propriamente favorevole – il confronto con degli avversari, sperimentando la possibilità di confrontarsi e quindi di rivaleggiare per fare un buon risultato, nel rispetto delle regole, senza che ne consegua una distruzione dell’altro e quindi la violenza; – di accettare la sconfitta, insegnando a gestire la rabbia derivante dalla frustrazione e a non lasciarsene sopraffare; la sconfitta non esiste senza vittoria, è l’altra faccia della medaglia, vista in questa prospettiva essa diventerà uno stimolo per progredire, nello sport e nella vita, con conseguente rafforzamento dell’autostima; – di sviluppare l’autodisciplina, gli esercizi, gli allenamenti, gli sforzi per apprendere e migliorare il gesto tecnico, infatti, non sono fini a se stessi, ma in funzione di un obiettivo: la riuscita in gara, sul campo di gioco e lo svolgimento di un compito scolastico o di un’attività lavorativa, nella vita quotidiana.

    La partecipazione simultanea delle molteplici esperienze motorie e sensoriali, ma anche cognitive ed emozionali, consente all’individuo la possibilità di scoprire o ritrovare valori, motivazioni, scopi e mete. Nel gioco il bambino imita l’adulto, ma evitando al tempo stesso le responsabilità dell’adulto: quando il bambino gioca i confini tra fantasia e realtà sono aboliti, crea situazioni immaginarie che affronta e padroneggia, riuscendo in tal modo a sopportare ed a superare l’ansia delle situazioni reali.

    Compito dell’istruttore, in questo caso, sarà quello di abituare l’allievo a vivere in modo tranquillo e non traumatico questo nuovo salto di qualità, rendendo l’agonismo un qualcosa di interessante, ricordando sempre che si tratta comunque di un gioco, anche se diverso, che potrà portare il ragazzo a vivere lo sport in maniera positiva, ricercando in questa attività una via per la propria realizzazione.

    Le scuole calcio hanno oggi più che mai la necessità di essere guidate da istruttori che credono nei veri valori della vita e non più solo dal punto di vista tecnico-tattico, ma soprattutto sotto il profilo umano, psicopedagogico.

    Prima di formare calciatori, devono formare uomini, e per farlo gli istruttori ed i genitori devono imparare a cambiare il loro punto di vista di adulti, e ragionare con gli occhi ed i bisogni dei bambini. Il bambino compete e vuole vincere per natura, tanto che senza questi stimoli non vi sarebbe l’adulto, ma è il modo in cui l’adulto interpreta la competizione, e quindi la vittoria e la sconfitta, che gli è estraneo.

    Il bambino gioca una partita per volta e, sia che la vinca o sia che la perda, la termina con il fischio di chiusura, all’ultimo set o al traguardo per cominciarne un’altra da zero, senza perdere la misura dei propri limiti se vince..questo scritto è stato trovato in una bacheca di una società, secondo me valeva la pena leggerlo, comprenderlo, un modo molto simpatico e originale di educare e spiegare in modo indiretto alcune problematiche ai genitori

    “Caro papà, lo sai che quasi mi mettevo a piangere dalla rabbia quando ti sei arrampicato sulla rete di recinzione urlando contro l’arbitro? Io non ti avevo mai visto cosi arrabbiato! Forse sarà anche vero che lui ha sbagliato, ma quante volte io ho fatto degli errori senza che tu mi dicessi niente..? Anche se ho perso la partita per colpa dell’arbitro, come dici tu, mi sono divertito lo stesso.

    Ho ancora molte gare da giocare e sono sicuro che, se non griderai più, l’arbitro sbaglierà di meno… Papà capisci, io voglio solo giocare; ti prego, lasciamela questa gioia, non darmi suggerimenti che mi fanno solo innervosire: TIRA, PASSA, BUTTALO GIU’… Mi hai sempre insegnato a rispettare tutti, anche l’arbitro e gli avversari, e a essere educato. E se buttassero giù me? Quante parolacce diresti? Un’altra cosa papà:quando il Mister mi sostituisce o non mi fa giocare, non arrabbiarti. Io mi diverto anche a vedere i miei amici, stando seduto in panchina. Siamo in tanti ed è giusto far giocare tutti, come dice il mio Mister.

    E, per piacere, insegnami a pulire le mie scarpe da calcio. Non è bello che tu lo faccia al posto mio, ti pare? Scusami papà, ma non dire a mamma, al ritorno dalla partita: oggi ha vinto o oggi ha perso; dille solo che mi sono divertito tanto e basta. E poi non raccontare, ti prego, che ho vinto perché ho fatto un goal bellissimo: non è vero papà! Ho buttato il pallone dentro la porta perché il mio amico mi ha fatto un bel passaggio; il mio portiere ha parato tutto, perché, insieme ai miei amici, ci siamo impegnati moltissimo: per questo abbiamo vinto ( l’ ha detto anche il Mister )!

    E ascolta papà: al termine della partita non venire nello spogliatoio per vedere se faccio bene la doccia o se so vestirmi. Che importanza ha se mi metto la maglietta storta? Papà, devo imparare da solo! Sta sicuro che diventerò grande anche se avrò la maglietta rovesciata, ti sembra? E lascia portare a me il borsone. Vedi? C’è stampato sopra il nome della mia Squadra e mi fa piacere far vedere a tutti che gioco a pallone. Non prendertela papà, se ti ho detto queste cose, lo sai che ti voglio bene…ma adesso è tardi: devo correre al campo per l’allenamento. Se arrivo all’ultimo, il mio Mister non mi farà giocare, la prossima volta.
    Ciao “

    Luca Papini

  5. Genitori e calcio

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    E’ tempo di tornei giovanili e di genitori appollaiati in tribuna o appoggiati alle reti dei campi sportivi ad incitare e sostenere i propri figli o nipoti impegnati nel loro sport preferito (?). E’ tema attuale l’analisi, proposta e riproposta, dei vari atteggiamenti di chi è genitore, nei confronti di chi dovrebbe correre dietro a un pallone con l’unico fine di divertirsi sognando senza vincoli e obblighi: il giovane calciatore.

    In questo specifico articolo viene proposto del materiale, destinato ai genitori dei bambini che si iscrivono ad una nuova stagione di Scuola Calcio, allo scopo di coinvolgerli nel proponimento di quei tecnici che intendono rapportarsi ai giovani atleti con un diverso criterio, rispetto a quello largamente condiviso per cui il settore giovanile è valutato con gli stessi canoni del calcio degli adulti. Si tratta di un approccio che aderisce ad una concezione ludica dello sport e rispetta ciò che viene riportato dalla “Carta dei diritti del bambino”.

    È difficile per un genitore osservare il proprio figlio mentre corre in un campo da gioco e non avere il batticuore, quando tocca la palla e per un momento diviene il protagonista. In un attimo scorrono davanti ai suoi occhi una serie di frammenti di vita, tra cui l’emozione di trovarsi lui stesso, ancora bambino, a governare una situazione di gioco condivisa da un gruppo, non necessariamente legata al calcio, con degli avversari da superare ed i compagni attorno che si affidano a te. Ed ora è il proprio figlio che si imbatte in una situazione analoga, tale da rappresentare la vita stessa, fatta di mete condivise e di ostacoli da superare. Lui in mezzo al campo a giocarsi la sua partita.

    Non esistono altri genitori, non esiste l’allenatore, né il resto della squadra, ma si vede solo lui, quel figlio e tutto il resto che gli gira attorno, come se si trattasse di una condizione inscenata per fargli da sfondo. Tale figlio, vissuto come il centro dell’universo, attiva una miriade di emozioni, che partono dall’amore più grande e che per tale ragione sono legittime e comuni a tutti i genitori, ma che inconsapevolmente possono trasformarsi in emozioni fuorvianti, quando le fantasie che si legano a queste si scontrano con una realtà ben diversa. Così il genitore che si aspetta la vittoria per esultare assieme al figlio, può non riconoscere che la partita è stata persa perché la squadra avversaria ha compiuto una prestazione migliore e dà la colpa all’arbitro, all’allenatore, senza riconoscere che le proteste nascondono la rabbia di non aver visto il figlio vincere.

    Spesso, eventi come questi accadono perché il genitore oltre a dimenticare che il calcio giovanile è prima di tutto un gioco, non è a conoscenza delle dinamiche che questo sport attiva e che possono involontariamente coinvolgerlo senza rendersene conto. Egli non sa a cosa portano le emozioni provate al bordo campo, se non sono ben dosate e gestite.
    I suggerimenti che seguono sono diretti a quei genitori che, attraverso la conoscenza di certi meccanismi, intendono emozionarsi di fronte al proprio figlio che gioca, andando oltre il ruolo di semplice spettatore.

    Quei genitori che accettano di farsi coinvolgere attivamente nello sport del figlio, adoperando l’energia che accumulano nel seguire i suoi eventi calcistici, non per sbraitare dalla tribuna o per criticare fuori gli spogliatoi, ma per cercare di proporsi al loro giovane atleta come un valido sostegno in ogni esperienza che compie, lungo il cammino che lo condurrà a diventare il futuro uomo di domani.

    Insegnare al proprio figlio a tollerare la frustrazione

    Ogni genitore per il proprio figlio vorrebbe il meglio e se fosse possibile gli eviterebbe di imbattersi in qualsiasi esperienza negativa. Semplicemente perché lo ama molto. Ma proprio per questo, bisogna avere la forza di fargli sperimentare, oltre alle cose belle, le delusioni e le esperienze problematiche.
    A tale proposito, il calcio oltre a permettere al bambino di fare esperienza di una serie di eventi positivi, da l’opportunità di cimentarsi nella sconfitta, attraverso la partita persa, i rimproveri del compagno, il gol subito o la mancata convocazione. Anche se per ogni genitore è doloroso vedere il proprio figlio deprimersi o soffrire per ciò che sta vivendo, è importante insegnargli che bisogna tollerare i momenti difficili, perché con questa esperienza si propone al bambino l’opportunità di trovare la strategia personale per reagire alle situazioni stressanti della quotidianità.

    Se non si insegna ai propri figli che le cose non vanno sempre come si desidera, da adulti non saranno in grado di farlo da soli. Quindi bisogna sostenerli a sopportare una delusione che viene dall’esterno, guardando con ottimismo alle opportunità future di riscattarsi, suggerendogli in questo modo una strategia per non sentirsi sopraffatti dagli eventi. Il calcio dà l’opportunità ad un bambino di fare questo tipo di esperienza, bisogna sostenerlo e spiegargli con amore che più si imparano a sopportare le sconfitte più ci si rafforza, ma prima è necessario che sia convinto di questo il genitore che suggerisce il messaggio.

    Distinguere se stesso dal proprio figlio

    Spesso il proprio figlio è vissuto come un prolungamento di se stessi. Questo atteggiamento, spontaneo e non controllabile, è la conseguenza della tendenza dell’essere umano a vedere una parte di sé nel bambino che mette al mondo. Se succede di vedere piangere il proprio figlio in mezzo al campo perché ha sbagliato il rigore o ha subito un fallo, ci si sente inquieti e si può reagire in modo brusco, magari con il genitore di quel bambino autore del fallo.

    Tutto ciò accade perché quell’esperienza è stata vissuta come un attacco alla parte di se stessi a cui si tiene di più, ovvero quella proiettata sul figlio. In questo senso, il genitore vive le esperienze del proprio figlio come se fosse lui a farle, recependo le sue sconfitte come se fosse lui il perdente, sovreccitandosi anche in modo troppo acceso se il figlio vince. Questo atteggiamento non passa inosservato al bambino, che è sensibile agli stati d’animo del genitore ed al modo in cui egli si comporta o parla con lui.

    Se dopo aver perso la gara, vede il genitore affranto con il suo silenzio o ipercritico, oppure a seguito di una vittoria lo sente esprimere un eccesso di elogi, l’idea che si fa è che sia accettato da lui soltanto se vincente. Ciò può portarlo, nel momento in cui si appresta a disputare la gara, a concentrarsi soltanto sul tentativo di non perdere, per evitare di sopportare la delusione di vedere insoddisfatto il proprio genitore. Sarebbe invece costruttivo che si concentrasse sulla collaborazione con gli altri compagni, su ciò che gli suggerisce dalla panchina il mister e disputare la propria gara, non quella che si aspetta il genitore.

    Lasciare al proprio figlio lo spazio di farsi un’idea personale degli altri e delle situazioni
    Il bambino di solito, valuta le sue esperienze in base a come i genitori le vivono, in quanto non ha ancora senso critico. Se si dice al proprio figlio: “Questa maglietta ha un colore che non ti sta bene” lui molto spesso non riesce a capire che si tratta di un giudizio personale, ma pensa che in assoluto quel colore non gli stia bene.

    Nel contesto dell’esperienza calcistica questo significa che dargli giudizi personali su altri calciatori, o sull’allenatore, o su un’altra squadra, potrebbe confondergli le idee, inquinando il rapporto che il bambino tenta di stabilire con gli altri.
    A volte dopo una partita, il genitore, insoddisfatto del risultato o della prestazione del figlio, si mette a criticare le decisioni del mister, non rendendosi conto, per mancanza di conoscenza di questi meccanismi, che così facendo svalorizza una figura di riferimento per il figlio, discernendola di credibilità.

    Inoltre, ciò può indurre il bambino, che tende ad imitare il genitore, all’abitudine di criticare tutti, proiettando spesso sugli altri il motivo di una sconfitta, o di un’ammonizione, senza riconoscere le proprie manchevolezze. In questo senso può capitare che invece di rendersi conto di non aver giocato molto bene, si dà la colpa all’arbitro, o all’allenatore, soprattutto se si assiste alle affermazioni di un genitore che non riconosce i limiti del figlio. Così facendo, si esclude al bambino l’opportunità di riflettere e capire dove si è sbagliato, traendo da ciò degli spunti di crescita.

    Delegare la preparazione del figlio, esclusivamente all’allenatore

    Partecipare all’attività del figlio come se si assistesse al calcio degli adulti, entusiasma e coinvolge i genitori, ma senza dubbio relega in secondo piano l’attenzione per il bambino e molto spesso incide sulla figura dell’allenatore, esponendolo a critiche e giudizi poco obbiettivi, che rischiano di demotivarlo ed interferire sul lavoro che compie con impegno e professionalità.

    Di fronte a questo problema, non si può avere la pretesa di modificare una concezione del calcio che ha radici culturali profonde e largamente condivise. Bisogna tuttavia riconoscere, che spesso il genitore agisce in modo inadeguato involontariamente, perché non si rende conto che l’allenatore rappresenta per il proprio figlio una figura di riferimento importante, che il bambino tende ad idealizzare e che le critiche rivolte al tecnico possono disorientarlo. L’allenatore che lavora in una scuola calcio dovrebbe essere riconosciuto un ruolo ben diverso da quello del tecnico delle squadre che si seguono in televisione, in quanto egli è un educatore che nell’istruire allo sport, insegna al bambino ad esprimere le sue potenzialità al meglio, intendendo con queste non solo le capacità tecniche, ma la capacità di socializzazione in un gruppo, di gestire l’ansia attivata dal mettersi in gioco, la capacità di diventare autonomi negli spogliatoi, di rispettare l’autorevolezza dell’allenatore, quindi una serie di aspetti dal valore educativo utili per la crescita.

    Non ci si può, quindi, limitare a valutare il suo operato esclusivamente dal numero delle vittorie e dalle sconfitte raccolte, ma bisogna predisporsi a valutare in un modo più ampio il suo lavoro ed i suoi risultati, cercando di interferire il meno possibile. In questo senso, il genitore dovrebbe essere in grado di lasciare l’allenatore libero di fare le sue scelte, anche perché se è vero che nessuno meglio del genitore conosce il proprio figlio e pur vero che nessuno meglio dell’allenatore conosce la sua squadra.

    Se poi i risultati non sono soddisfacenti per il genitore, bisogna considerare che potrebbero esserlo per l’allenatore, che per esempio con una formazione alternativa mandata in campo intende, magari, sperimentare nuove potenzialità del gruppo al di là del risultato. Molto spesso, il genitore concentrato esclusivamente sul risultato, non coglie taluni aspetti e muove più o meno direttamente delle critiche, che rischiano di confondere il tecnico e ripercuotersi sull’andamento della squadra, inficiando proprio su quello a cui i genitori aspirano, ovvero veder vincere il proprio figlio.

    Cercare di comprendere cosa ci si aspetta dal proprio figlio

    Il comportamento del genitore a volte, senza volerlo, può indurre il figlio a pensare di non essere adeguatamente accettato se non riesce a rendere per quello che il genitore si aspetta da lui. Ciò può interferire sulla concentrazione dell’atleta e soprattutto rappresenta uno dei fattori che attivano l’ansia preagonistica, che è la principale causa del calo di prestazione in campo da parte del calciatore.

    Il genitore dovrebbe cercare di rendersi conto di quali siano le sue aspettative nei confronti del proprio figlio e quali siano le reali capacità del figlio di attuarle. Ogni bambino ha le sue preziose potenzialità e se tra queste non ci rientra la capacità di giocare bene a pallone, bisogna essere in grado di riconoscere che il proprio figlio potrebbe sentirsi molto più realizzato e sicuro di sé nell’ambito di un altro sport. A meno che non gli si faccia capire che il calcio è un gioco e che prima di tutto ci si deve divertire, in questa ottica non è necessario essere un campione per disputare una gara.

    Il genitore dovrebbe sapersi concedere uno spazio di riflessione, in cui chiedersi cosa si aspetta dal proprio figlio, in questo modo potrà rendersi conto che al di là delle aspettative compensatorie per cui si desidera vedere attuare in lui quello che non si è riusciti a diventare, l’aspettativa profonda a cui ogni genitore tiene di più è senza dubbio quella di desiderare che il proprio figlio diventi un adulto sereno.

    Per far si che ciò avvenga bisogna prima di tutto lasciarlo libero di essere quello che è e proporsi a lui come un valido riferimento da cui trarre conforto ma anche incitamento, controllando meglio che si può l’insidioso tentativo che a volte sfugge, di plasmarlo secondo i propri desideri.

    In conclusione quel genitore che in tribuna si emoziona perché il figlio sta calciando il pallone, assieme al desiderio di vederlo vincere dovrebbe tentare di vedere la situazione con un’altra ottica, per cui incitarlo affinché non demorda nell’affrontare meglio che può l’avversario, impegnandosi con tenacia nel perseguire le direttive del mister, non abbattendosi se qualcuno più forte di lui lo contrasta.

    In tal modo, il genitore diviene spettatore di un evento più soddisfacente della vittoria stessa: vedere il proprio figlio impegnato ad esprimersi al meglio indipendentemente dal risultato, dal momento che entra in campo fino al fischio finale di quella partita che è solo sua. In questo modo il giovane calciatore può gratificarsi del fatto di aver recepito non solo dall’allenatore, ma anche dal papà, o dalla mamma, l’insegnamento per cui gli avversari in campo, come le avversità nella vita, si affrontano dando il meglio di se stessi, indipendentemente da quanto si è bravi o meno a giocare a pallone.

    di Isabella Gasperini

    Psicologa, Psicoterapeuta, Operatrice di Training Autogeno

  6. Riflessioni: psicologia nello sport giovanile

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    Giocare al calcio (ma in questo caso sarebbe meglio dire educare allo sport), significa certo cercare di vincere, di fare gol agli avversari, ma anche e soprattutto accettare se altri sono più bravi di noi, rispettarli ed imparare da loro: si cresce anche con le sconfitte. Voglio sottolineare questo perchè e scomparsa dai campi di calcio la cultura della sconfitta. Forse per i genitori è solo un problema di aspettative, speriamo che imparino ad avere quella pazienza che tutto il nostro lavoro richiede.

    Genitori…si alzano, camminano nervosamente avanti e indietro, imprecano. Colti da un improvviso furore agonistico, tranquilli impiegati e insospettabili casalinghe perdono le staffe quando è il figlio a scendere in campo. Sono scene di ordinaria amministrazione per chi frequenta i campetti il sabato pomeriggio o la domenica mattina, il fenomeno è stato studiato scientificamente.

    Secondo una ricerca condotta negli Usa, i genitori più inclini ad arrabbiarsi durante i match di calcio giovanile sono quelli che prendono come una questione personale ciò che accade ai loro ragazzi. Un atteggiamento, a quanto pare, piuttosto diffuso: nel corso delle partite circa il 50% del campione studiato si è innervosito ed una parte di questi soggetti, pari al 20% del totale, ha espresso apertamente il proprio disappunto.

    Ad approfondire il tema dei “genitori-ultras” sono stati degli psicologi dello sport dell’Università del Maryland, hanno chiesto a 340 persone di compilare dei questionari prima e dopo le gare dei figli, di età compresa tra gli 8 e i 16 anni. Tra i parametri rilevati c’erano i livelli di stress, di rabbia e di aggressività.

    I risultati mostrano che le partite, certo non paragonabili come importanza alla finale dei Mondiali di calcio, per molti sono state una cospicua fonte di nervosismo. Un genitore su due ha infatti ammesso di essersi arrabbiato. Tra le cause scatenanti figurano, in ordine di importanza, l’arbitro, i compagni di squadra del figlio, gli avversari, commenti o gesti offensivi, l’allenatore e il gioco scorretto.

    In molti casi il livello di tensione accumulato durante l’incontro è stato tutto sommato contenuto. Quasi due genitori su dieci, tuttavia, non sono riusciti a controllarsi e hanno manifestato in vario modo la loro disapprovazione per quello che accadeva in campo. I più scalmanati – quelli che hanno urlato, si sono alzati in piedi o hanno fatto gesti di vario genere – sono stati circa il 10% del totale.

    Perché persone solitamente tranquille ed equilibrate non riescono a contenersi? Secondo la ricerca pubblicata sul Journal of Applied and Social Psychology, è la personalità dei genitori a fare la differenza: chi, rispondendo ai questionari, ha mostrato di basare la propria autostima su fattori esterni come la fama o lo status sociale si è rivelato più incline a perdere il controllo. Questi soggetti, dicono i ricercatori, tendono infatti più degli altri a considerare come una questione personale ciò che accade ai figli in campo. Figli che, in sostanza, sono ritenuti un’estensione di sé stessi.

    Anche se la società americana non è identica alla nostra, sugli spalti gli eccessi di mamme e papà hanno cause tutto sommato simili. In Italia, come dice l’Associazione italiana psicologia dello sport, il comportamento aggressivo si osserva soprattutto in genitori che cercano di raggiungere attraverso i figli quei risultati sportivi che loro non sono riusciti ad ottenere oppure in quelli che vedono i figli come un veicolo per raggiungere il successo”. Simili comportamenti possono avere conseguenze molto negative sui ragazzi. Alla lunga si possono avere tendenze al bullismo e ad un gioco più violento o viceversa, se il figlio si vergogna del genitore, insicurezza e paura di affrontare il mondo.

    Secondo i ricercatori, c’è un modo semplice per capire a quale categoria di genitori si appartiene. Il meccanismo psicologico che fa arrabbiare in tribuna, è lo stesso che governa la rabbia alla guida. L’affronto causato da un automobilista che taglia la strada con una
    manovra azzardata, insomma, sarebbe molto simile a quello generato da un arbitro che fischia in favore degli avversari del figlio. E se in auto ci si lascia andare con facilità alle imprecazioni, forse è il caso di fare attenzione a come ci si comporta alle partite.

    C’è chi vince c’è chi perde..noi balliamo caso mai..non avremo sempre classe ma abbiamo gambe e fiato finche’ vuoi..

    Luca Papini

  7. «Mi chiamo Milco, cercate un allenatore incapace?»

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    Questo articolo pubblicato da Educalcio, tratto dall’ “Eco di Bergamo” costituisce l’emblema di una situazione grottesca che si verifica in moltissimi contesti calcistici e non. I fatti raccontati di Milco possono costituire la storia di Gianni, Antonio e Mario; in quanti almeno una volta ci siamo trovati nella sua situazione?

    «Io per i genitori sono e sarò sempre un allenatore incapace. Mi chiamo Milco, sono un allenatore di calcio di settore giovanile ormai da 14 anni, sempre nei quartieri di Bergamo, e attualmente sono il mister di una squadra allievi Figc. Vi racconto con ironia il perché del titolo di questa mia lettera di sfogo».

    «I genitori non sono e non saranno mai contenti e la loro infelicità diventa un mio limite. Ho partecipato per tre anni a un campionato categoria giovanissimi Figc denominato “fair play”. Questo campionato aveva due regole principali. La prima era che la partita era suddivisa in tre tempi da venti minuti ciascuno e inoltre vigeva l’obbligo di far giocare per un tempo tutti i ragazzi che erano a disposizione in panchina».

    «I sette cambi io li facevo sempre all’inizio del secondo tempo, in più ovviamente c’erano tutte le altre regole comuni del gioco del calcio. Avevo venti giocatori in rosa e di conseguenza c’erano quaranta genitori. Il regolamento mi consentiva di inserire in distinta solo diciotto giocatori (undici titolari e sette a disposizione), quindi purtroppo due ragazzi non potevo convocarli».

    «Pronti via ed ecco che per i quattro genitori di quei due ragazzi non convocati io ero un allenatore incapace. Dai Milco, mi dicevo, non ti abbattere, ne hai ancora trentasei che ti stimano. Arrivava il giorno della partita e io mi dovevo attenere al regolamento, undici titolari e sette a disposizione».

    «I ragazzi erano vestiti, uscivano dallo spogliatoio ed entravano in campo per il riscaldamento. I titolari all’interno del campo di gioco, gli altri da un’altra parte a palleggiare tra loro. Boooommmm! Ecco che anche per quei quattordici genitori resisi conto di avere i propri sette figli non titolari io ero diventato un allenatore incapace, nonostante avessi comunque convocato i loro figli».

    «Non devo mollare, mi dicevo allora, ho ancora ventidue genitori che mi vogliono bene. L’arbitro era pronto a fischiare l’inizio della partita, i ragazzi titolari si disponevano in campo in base ai ruoli da me dati. Non era possibile, porca miseria che sfortuna, per otto genitori i loro quattro figli giocavano fuori ruolo. Mi veniva da morire, nonostante li avessi convocati, nonostante giocassero titolari, anche per loro otto io ero un allenatore incapace».

    «Barcollavo ma non mollavo, avevo pur sempre ancora quattordici genitori che mi stimavano…. Ma no! Finito il primo tempo e nel rispetto del regolamento, facevo entrare tutti e sette i ragazzi che erano a disposizione. Ma io mi chiamo Milco ed ero, sono un allenatore incapace e sapete cosa combinavo con i cambi? Lasciavo in campo i quattro giocatori che “erano fuori ruolo” e sostituivo gli altri sette, così anche per gli ultimi quattordici genitori io mi trasformavo in un allenatore incapace, nonostante la convocazione e la maglia da titolare».

    «Mi chiamo Milco, cercate un allenatore incapace?»

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  8. Il triangolo genitori-figli-allenatore nel settore giovanile

    4 Comments

    Questo è un articolo che ho già proposto ai tempi di una mia stagione alla corte di una squadra di un settore giovanile professionistico. Lo voglio riproporre in quanto proprio ieri, assistendo ad un incontro della categoria “Giovanissimi”, ho scoperto che il problema è sempre lo stesso, se non più rilevante!

    Si dice con un po’ di sarcasmo che la squadra ideale da allenare è quella di “orfani”; beh., dopo ciò che ho visto ieri, ma soprattutto dopo ciò che ho udito, la battuta calza a pennello!!!

    Claudio Damiani – Allenatore di Base

    Tema quanto mai discusso, il triangolo genitore-figlio-allenatore nel mondo dello sport giovanile (ma non solo), è di rilevanza storica e attuale.

    Il calcio è uno sport di squadra e come tutti gli sport di squadra si fonda su un gruppo di atleti-giocatori, diretti da uno o più tecnici.

    Perché un gruppo sia sano è necessario che si basi su delle regole che da tutti devono essere rispettate.

    In questi anni di militanza nel settore mi sono accorto di ragazzi (anche bravi), che hanno vissuto sin dai primi passi calcistici la culla dei complimenti perpetui dei genitori, parenti e amici (a volte anche di qualche dirigente), vivendo idolatrati all’inverosimile.

    Il risultato?

    La totale convinzione del bambino, poi ragazzo, di essere “invincibile”, di avere mezzi tecnici che lo possono proiettare molto presto nel calcio che conta: basta aspettare, perché prima o poi il futuro già disegnato si tramuterà in realtà.

    Una situazione pericolosa che a volte porta la giovane psiche del ragazzo a dimenticare che per raggiungere il traguardo ci vuole lo sforzo, la fatica, il sacrificio: nessuno regala niente.

    Il sentirsi superiore ai compagni ed essenziale per il gruppo costituisce un’errata e pericolosa impostazione della figura del ragazzo. Questo un allenatore lo sa.

    Premetto senza dubbi che se la società si pone come obiettivi e la crescita dei ragazzi e il risultato sportivo, alla domenica schiero in campo la migliore formazione che ho a disposizione.

    E i ragazzi che non partono tra gli undici o tra i diciotto?

    1. Sono infortunati o malati;
    2. sono squalificati;
    3. hanno “saltato” il 60% delle sedute di allenamento (due su tre);
    4. nel corso della settimana hanno dimostrato poca attenzione, scarso interesse (questi atteggiamenti molti genitori non li vedono!);
    5. hanno mezzi tecnici o condizioni fisiche inferiori rispetto ai loro compagni (a volte non notano neanche questi importanti fattori).

    Il problema sorge appunto quando, in relazione all’ultimo punto, un padre si convince o convince il figlio del contrario.

    Molti genitori vivono con il desiderio che i propri figli debbano a tutti i costi diventare quello che essi non sono mai diventati in gioventù.

    Ho conosciuto ragazzi che soggiogati da queste convinzioni si trovano smarriti alla prima esclusione per scelta tecnica, persi, non trovando spiegazione alcuna e dannatisi l’anima per un po’ si trovano isolati e soprattutto mal consigliati, finendo in moltissimi casi, con l’abbandonare l’attività sportiva con probabili sintomi di depressione.

    Altri, più sportivamente “educati”, vivono il calcio serenamente per come deve essere vissuto; quando i genitori non mettono pressione al figlio, ovvero non gli fanno pesare la maglia dal numero dodici in su, anche il ragazzo saprà vivere la realtà dell’esclusione, la sostituzione nel modo in cui deve essere vissuta, ovvero con delusione ma non con rassegnazione, anzi.

    In molti casi vengono scatenate delle polemiche tra genitori e società che non hanno motivo di nascere se non dalla rabbia di un padre o di una madre che non si capacitano del fatto che il proprio erede palesa dei limiti rispetto ai compagni di squadra e per questo gioca di meno. (Attenzione: gioca di meno, non ho detto non gioca!).

    E sono a dir poco inquietanti e ridicole le antipatie che si creano tra nuclei famigliari ai bordi del campo dipendenti unicamente dal fatto che un ragazzo sia più titolare o meno rispetto ad un altro.

    A volte, sembra paradossale, sono solo i genitori a “soffrire” la panchina del figlio, quando questi se ne sta tranquillamente seduto al fianco del mister a incitare i compagni vivendo lo sport come deve essere vissuto!

    Senza voler fare di tutta l’erba un fascio intendo affermare che vi sono anche ragazzini “educati” a saper vincere e perdere, a non esaltarsi per le vittorie, ma anche a non abbattersi per delle sconfitte, a “digerire” le esclusioni e a non sentirsi “onnipotente”.

    E questo tipo di educazione a chi spetta, chi la deve impartire?

    L’allenatore, coadiuvato dalla società, ha il compito di educare allo sport, a insegnare i comportamenti da assumere in virtù delle attività da svolgere in campo (allenamenti, gare, vittorie, sconfitte, ecc.); egli ha altresì l’obbligo di correggere eventuali poco consoni atteggiamenti che avvengono al di fuori del rettangolo di gioco: in trasferta, all’interno dello spogliatoio, nei mezzi pubblici ecc.

    Per educazione sportiva s’intende il miglioramento psicologico, tecnico-tattico del giovane atleta, l’insegnamento della sconfitta, della vittoria, dell’esclusione, della sostituzione nonché il rendere il gruppo consapevole che le regole sono uguali per tutti e le scelte le fa esclusivamente l’allenatore.

    D’altra parte è messo lì per quello, e comunque, da quando il calcio è calcio l’allenatore è sempre stato a disposizione dei giocatori per uno o più eventuali dialoghi di chiarimento che, attenzione, non è detto debbano essere necessariamente di natura tecnico-tattica.

    Bisogna però ricordare che la crescita di un ragazzo che vuole giocare a calcio o fare qualsiasi sport dipende in modo più che importante dall’educazione di base impartita dalle famiglie sin dal primo giorno di nascita del proprio figlio.

    Concludo affermando che in una squadra di calcio, ogni domenica ci sono undici ragazzi contenti e sette ragazzi meno contenti; tra questi ultimi sette ce ne saranno sicuramente due o tre anche molto arrabbiati.

    E’ normale: se non fosse così ci troveremmo a guidare delle squadre prive d’anima.

    L’importante è prendere l’esclusione come motivo di rivalsa più che come motivo di resa e noi genitori questo abbiamo il dovere di insegnarlo!

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