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  1. Attività sportiva e celiachia

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    Lo sport da sempre ricopre un ruolo rilevante nella nostra cultura, dato dalla sua funzione educativa. Rappresenta un momento di formazione, sia da un punto di vista motorio che psicologico, e contribuisce alla formazione delle personalità dei soggetti. E’ importante che il potere terapeutico dell’attività sportiva venga impartito fin da piccoli, attività che peraltro, rappresenta un momento di divertimento. Infatti il termine sport è di derivazione inglese e inizialmente significava  proprio “divertimento”;  nel corso del tempo, poi, si è arricchito di altre sfaccettature, fino a comprendere  oggi anche quell’insieme di gare ed esercizi fisici individuali o di gruppo che vengono praticati per svago, ma anche per competizione, e che è una fonte inestimabile di benessere su più aspetti: salute, crescita cognitiva, ma anche inclusione e  rispetto per le culture diverse.

    Sulla base degli innumerevoli benefici per il corpo, per la mente e per la socialità, cosa può spingere a praticare sport? I motivi sono tanti e diversi, se ne elencano solo alcuni come esempio: il mantenimento e il miglioramento dello stato di salute, la voglia di evadere dalla frenetica quotidianità, la volontà di mantenersi in linea, lo spirito di competizione, lo svago, la passione, il divertimento, ecc.

    Secondo una citazione degna di nota del tennista Pancho Gonzales si puòaffermare che esiste un circolo virtuoso nello sport in base al quale: ”Più ti diverti più ti alleni, più ti alleni più migliori, più migliori più ti diverti”.

    E voi siete d’accordo su questo?

    *ATTENZIONE: le informazioni contenute sul nostro blog sono esclusivamente a scopo informativo, e in nessun caso possono costituire o sostituire parere e prescrizione medica e specialistica. Si raccomanda di chiedere sempre il parere del proprio medico curante e/o di specialisti prima di modificare il proprio regime alimentare e di integrazione!

    CONNUBIO SPORT – ALIMENTAZIONE: CELIACHIA E ATTIVITA’ SPORTIVA

    Ora, al fine di rendere al meglio ed avere più giovamento possibile dal praticare un’attività fisica bisogna trovare un ottimo compromesso, un parallelismo che dia il giusto “mix of wellbeing”. Ovviamente a parte la caparbietà, la perseveranza, il mettersi in gioco, quale elemento rappresenta un punto cardine abbinato allo sport che non prescinde assolutamente da esso e dall’avere un buon rendimento? Sicuramente l’alimentazione!

    Queste due componenti sono perfettamente in relazione, rappresentano un binomio che crea una connessione specifica: mentre da una parte attraverso una corretta alimentazione l’organismo introduce l’energia e i nutrienti necessari per lo svolgimento dell’attività sportiva, dall’altra parte quest’ultima permette di raggiungere e mantenere nel tempo un buono stato di salute e una condizione di benessere psicofisico.

    Un connubio, quello tra sport e alimentazione, a cui è impossibile rinunciare!

    E a proposito di alimentazione, in questi anni si è assistito ad un crescendo di percentuale di soggetti celiaci. Conseguentemente la domanda che spesso molta gente si pone è la seguente: i celiaci possono svolgere a pieno un’attività fisica oppure la reazione scatenata dall’assunzione di glutine potrebbe rappresentare un ostacolo tale da poter inficiare sul buon rendimento sportivo? Ebbene si può affermare che, così come tutti gli altri soggetti, anche il soggetto celiaco può serenamente svolgere un’attività fisica, ma deve essere assolutamente seguito da un esperto per attenersi ad un’alimentazione corretta e adeguata per il proprio organismo (Mancini et al.).

    CELIACHIA

    PATOGENESI

    Fondamentalmente si sente spesso parlare in tv o sul web di celiachia, ma non tutti sanno cosa effettivamente sia questa patologia cronica autoimmune che provoca una reazione immunitaria dell’organismo all’assunzione di glutine.

    Con il termine celiachia si intende riferirsi ad una malattia cronica, sistemica, autoimmune, nella quale l’ingestione di glutine attiva una risposta immunitaria anomala che determina un’infiammazione cronica dell’intestino in individui geneticamente predisposti. Il suo trattamento consiste nel seguire una dieta priva di glutine che, se applicata correttamente, determina una diminuzione della gravità dell’enteropatia e protegge dal rischio di sviluppare patologie autoimmuni associate alla celiachia e neoplasie, in particolare i linfomi di Hodgkin.

    Il glutine è un complesso proteico tipico di alcuni cereali,  le componenti meglio caratterizzate di questo insieme di proteine sono due: la prolammina – chiamata gliadina, contenuta nel frumento e responsabile delle principali reazioni avverse – e la glutenina, entrambe presenti nel frumento, farro, segale. Invece, le prolamine del mais non producono alcun danno nel paziente celiaco, così come quelle dell’avena. Gli oligopeptidi del glutine vengono deamidati favorendo un legame ad alta affinità con le molecole di classe II del complesso maggiore di istocompatibilità HLA-DQ2 e DQ8, espresse sulla superficie dei linfociti T innescando la risposta infiammatoria tipica della celiachia.

    Nel corso della digestione intestinale il glutine si idrolizza in peptidi. La digestione avviene a opera di transglutaminasi (enzima) intestinali che modificano la glutammina (amminoacido) e nei soggetti predisposti alla celiachia si sviluppano anticorpi anti-transglutaminasi che determinano il processo infiammatorio e le alterazioni patologiche a carico dei villi intestinali. In più, in soggetti sensibili alcuni peptidi derivati dal glutine causano reazioni immunitarie anomale. In questi casi i linfociti T, non trovando organismi estranei, attaccano le cellule dei villi intestinali.

    La manifestazione primaria è rappresentata da un danno istologico a livello della mucosa del tratto duodeno-digiunale e da una reazione immunologica della lamina propria, con conseguente aumento della permeabilità intestinale e ingresso facilitato di peptidi immunogeni e tossici nella lamina propria. Il primo cambiamento nella mucosa intestinale (fig.1) che si manifesta nella celiachia è l’iperplasia delle cripte con villi ancora istologicamente normali, che diventano più corti fino a scomparire del tutto in caso di mucosa piatta. L’atrofia dei villi rappresenta il grado più grave della malattia che può essere classificata in: lieve, marcata e totale, con mucosa appiattita man mano che i villi si presentano sempre più accorciati e alterati (fig.2).

    In poche parole, alla risposta immunitaria abnorme consegue un’infiammazione cronica con atrofia della mucosa: i villi si appiattiscono e le cripte diventano ipertrofiche, gli enterociti da cilindrici diventano cuboidali e i linfociti aumentano sia nel lume che all’interno dell’epitelio.

    Quindi, si evince che la celiachia ha due meccanismi: quello autoimmunitario, legato all’azione degli anticorpi, e quello di malassorbimento, legato all’atrofia dei villi.

    È stato anche dimostrato che la celiachia è una malattia multi-sistemica, in quanto ha effetti su: sangue, ossa, cervello, sistema nervoso e pelle.

    A ben vedere, a causa dei segni e dei sintomi (fig. 3) della celiachia che si sovrappongono a molte altre malattie comuni, all’inizio può essere difficile fare una diagnosi. 

    Figura 3: segni e sintomi

    L’unico trattamento efficace conosciuto è una permanente dieta priva di glutine (GFD).

    Occorre tuttavia sottolineare che, la celiachia è una condizione multifattoriale in cui convergono fattori, ambientali e genetici: non si nasce celiaci, si nasce con la predisposizione a diventarlo.

    Nei soggetti destinati a diventare celiaci, dal momento del primo contatto col glutine al momento in cui si verificano le tipiche lesioni intestinali, trascorre un periodo di tempo variabile che può andare da qualche settimana a molti anni.

    Ne consegue che si può diventare celiaci ad ogni età, sia pediatrica che adulta.

    È possibile che a determinare il passaggio da una situazione di predisposizione ad una situazione di celiachia conclamata siano uno o più fattori scatenanti come: un’infezione intestinale o un intervento chirurgico.

    FORME DI CELIACHIA

    In base alle caratteristiche anatomo-patologiche della mucosa, alla positività degli anticorpi e alle manifestazioni cliniche specifiche, si riconoscono diverse forme di celiachia (fig.4):

    • classica: caratterizzata da un danno esteso della mucosa intestinale con sintomatologia tipica come diarrea cronica, addome dolorante, anemia, ecc.;
    • atipica: si presenta senza una chiara sintomatologia intestinale (stipsi, meteorismo, ecc.), ma con manifestazioni extraintestinali (come osteoporosi, aborti, dermatiti, ecc.);
    • silente: caratterizzata dall’alterazione della mucosa intestinale con assenza di sintomi conclamati;
    • latente:identifica pazienti con sierologia positiva, ma con mucosa normale, che presentano una predisposizione allo sviluppo di malattia (HLA DQ2 o DQ8 positivi) e sintomi di gravità variabile, in particolare extraintestinali;
    • potenziale: spesso usata come sinonimo della forma latente, anche se con leggere differenze;
    • refrattaria: identifica quei pazienti che non presentano un miglioramento clinico, pur eliminando il glutine dalla loro dieta, e che continuano a manifestare i segni dell’enteropatia con un’atrofia persistente dei villi alla verifica con biopsia.
    Fig 4: Iceberg della celiachia

    DIAGNOSI

    Per diagnosticare la celiachia si segue un percorso che si svolge in quattro tappe:

    – prima tappa: consiste nell’indagare la presenza della malattia in base ai suoi sintomi (tipici o atipici) e nello screening dei soggetti considerati a rischio (parenti di celiaci);

    – seconda tappa: consiste nell’effettuare specifici esami ematici di anticorpi (Anti-endomisio,  Anti-Transglutaminasi e IgA totali), la cui positività rende altamente probabile la presenza della malattia;

    – terza tappa: consiste nell’effettuare una tecnica invasiva, la biopsia duodeno-digiunale(mediante gastroscopia), per visionare al microscopio la mucosa intestinale e rilevare le lesioni tipiche della malattia. Viene analizzata la morfologia della mucosa duodenale per evidenziare l’atrofia dei villi, l’iperplasia delle cripte e l’infiltrazione dei linfociti mucosali nella lamina propria.

    Nel caso di presenza della malattia all’interno di una famiglia, data la sua caratteristica trasmissione genetica, è opportuno effettuare uno screening degli anticorpi in tutti i parenti di primo grado del soggetto celiaco;

    – quarta e ultima tappa: consiste nel verificare un miglioramento con l’introduzione di una dieta priva di glutine (GFD= gluten-free diet).

    Per completare la diagnosi è necessario che il soggetto abbia una regressione dei sintomi e delle lesioni intestinali e la negativizzazione degli anticorpi.

    La celiachia non diagnosticata può portare a problematiche quali: fratture spontanee e ripetute, aborti spontanei frequenti, infertilità, disturbi della gravidanza, carenza di ferro o anemia, e può predisporre a complicanze tra cui il linfoma intestinale.

    Tra i sintomi riscontriamo: diarrea cronica, dolore addominale, gonfiore addominale, ritardo della crescita nei bambini e astenia.

    E’ importante monitorare la malattia nei soggetti celiaci a causa della possibilità di insorgenza di patologie associate e di complicanze neoplastiche e non, soprattutto nei soggetti che non rispettano correttamente la dieta o a cui la celiachia è stata diagnosticata in età avanzata.

    Altrettanto importante risultano essere: controllo dell’aderenza alla dieta glutinata,  identificazione dell’insorgenza di patologie autoimmuni associate alla celiachia, individuazione dello sviluppo di alterazioni metaboliche (per esempio iperglicemia, in particolare nei soggetti che aumentano di peso con la dieta aglutinata, sia a causa del miglioramento della funzione assorbente intestinale che al ricco contenuto lipidico dei prodotti privi di glutine), diagnosi precoce della comparsa di complicanze (malattia celiaca refrattaria, linfoma intestinale, adenocarcinoma dell’intestino tenue ecc.), in particolare negli adulti dopo i 50 anni, in modo tale da avere una prognosi positiva grazie ad una terapia medico-chirurgica.

    DISTINZIONI DALLA CELIACHIA

    Si noti che vanno distinte dalla celiachia:

    – allergia al frumento: la manifestazione classica è quella di un’allergia alimentare che può interessare:cute, intestino o apparato respiratorio. La diagnosi di asma da farina si basa sui test cutanei (prick test) al frumento e sulla presenza di specifici anticorpi di classe IgE contro grano, orzo e segale;

    – gluten sensitivity: ovvero “sensibilità al glutine”, (definita anche sensibilità al  glutine non celiachia – NCGS), è una situazione caratterizzata da molteplici sintomi intestinali (dolore addominale, diarrea, meteorismo, ecc.) e/o extraintestinali (emicrania, mente annebbiata, depressione, dermatiti, fatica cronica, formicolii, ecc.) che si manifestano in un breve tempo dopo l’assunzione di glutine e che migliorano o scompaiono dopo l’eliminazione dello stesso dall’alimentazione di soggetti in cui è stata esclusa: una diagnosi di celiachia e una diagnosi di allergia al grano.

    E’ anche da sottolineare una relazione tra microbiota intestinale (ovvero una comunità microbica del tratto enterico costituita soprattutto da batteri, oltre a lievitiparassiti e virus) e celiachia.

    (Francesco Pecora et al.2020)  (Francesco Valitutti et al.2019) (Richa Chibbar et al.)

    MICROBIOTA INTESTINALE  E CELIACHIA

    Oltre alla genetica e agli aspetti ambientali, il microbiota intestinale sembra avere un ruolo fondamentale nella patogenesi della celiachia e dell’infiammazione che si genera. La riduzione di specie batteriche protettrici (come i bifido batteri) e l’aumento di batteri patogeni (in particolare i Gram-negativi), portano all’aumento della permeabilità intestinale attraverso la rottura delle tight junctions e all’instaurarsi di un’infiammazione di basso grado mediata dai lipopolisaccaridi di membrana (LPS) dei Gram-negativi che stimolano la produzione di citochine pro-infiammatorie.

    Gli studiosi hanno cercato di chiarire se la disbiosi (alterazione dell’equilibrio della flora batterica nell’intestino) nel celiaco fosse responsabile dell’instaurarsi della malattia oppure del suo mantenimento; inoltre hanno posto le basi per chiarire l’impatto della dieta aglutinata sul microbiota intestinale.

    Indipendentemente dalla GFD, nel soggetto celiaco si assiste ad una riduzione del genere Bifidobacterium (in particolare della specie B. longum), mentre si osserva un aumento dei batteri potenzialmente patogeni (in particolare le Enterobacteriaceae).

    La risposta infiammatoria innescata dalla disbiosi sembra essere causa dell’instaurarsi della malattia; la stessa è all’origine anche del mantenimento dei sintomi intestinali che colpisce alcuni soggetti nonostante la terapia GFD.

    Studi hanno evidenziato che bambini predisposti alla malattia celiaca, confrontati con bambini sani, hanno tutti un microbiota alterato; quest’ultimo insieme ai fattori ambientali (allattamento al seno, modalità di parto, antibiotici, infezioni intestinali, ecc.) potrebbe influenzare lo sviluppo della tolleranza al glutine. In questi soggetti si osserva una riduzione del genere Bifidobacterium spp. e un aumento di Staphylococcus spp. Tra tutti i bifidobatteri la specie meno rilevata è stata il Bifidobacterium longum. La contemporanea presenza di batteri patogeni e l’aumento della permeabilità intestinale favoriscono il passaggio intraepiteliale di peptidi del glutine e l’innesco immunitario tipico della patologia celiaca.

    Sebbene la maggior parte dei pazienti celiaci risponda bene alla GFD, alcuni soffrono di sintomi intestinali che spesso si sviluppano nella GFD a lungo periodo. In questi soggetti si rilevano sempre una disbiosi intestinale e una riduzione della funzione della barriera epiteliale, a causa di un impoverimento di specie batteriche protettrici. In questi soggetti si osserva, oltre alla riduzione della specie Bifidobacterium longum, anche la carenza di Faecalibacterium prausnitzii, produttore di butirrato e deputato all’effetto barriera, mentre aumentano E. coli, Enterobacteriaceae in genere e Bacteroides. Anche in questo caso la disbiosi intestinale, accentuata dalla terapia GFD, porta ad una maggiore permeabilità intestinale e ad una più severa infiammazione LPS-mediata.

    Il fatto che la disbiosi intestinale sia stata osservata non solo nei pazienti in neo-diagnosi di celiachia non ancora a GFD, ma anche in quelli trattati con una GFD, supporta il ruolo primario del microbiota intestinale nella malattia celiaca. La carenza del Bifidobacterium longum (tra tutti i bifidobatteri quello con marcate doti anti-infiammatorie) e la contemporanea crescita di batteri patogeni (che al contrario aumentano l’infiammazione sub-clinica), possono compromettere la funzione di barriera intestinale e portare ad una minore tolleranza ai peptidi tossici del glutine, facilitando l’innesco di risposte immunologiche tipiche del paziente celiaco.

    Questi dati suggeriscono al clinico un’ipotesi terapeutica basata sull’interazione di ceppi probiotici che possono aiutare a ridurre la disbiosi, sia nel paziente in neo-diagnosi che nel paziente in terapia GFD, per contribuire a ridurre i disturbi gastrointestinali e gli aspetti infiammatori.

    La composizione del microbiota intestinale (i cui componenti principali sono tre phyla batterici: Firmicutes, Bacteroides e Actinobacteria ) si stabilisce presto e rimane abbastanza costante per tutta la vita in tolleranza simbiotica con l’ospite.

    Studi osservazionali hanno anche mostrato un’aumentata prevalenza di celiachia nei bambini nati da taglio cesareo con  una ridotta diversità microbica e un minor numero di specie di Bifidobacterium, mentre i bambini nati per via vaginale acquisiscono soprattutto batteri dalla flora vaginale e perianale materna. La colonizzazione del microbiota è necessaria per lo sviluppo e l’omeostasi di un sistema immunitario ottimale. 

    PROBIOTICI E CELIACHIA

    Da notare come l’assunzione di probiotici (organismi vivi che, se ingeriti in quantità adeguate, forniscono un beneficio per la salute dell’ospite) potrebbe aiutare i pazienti celiaci a degradare meglio il glutine, previa indicazione da parte del proprio medico di famiglia.

    Il loro nome deriva dalla fusione tra il prefisso latino “pro” (a favore) e il sostantivo greco “bios” (vita), quindi significa “a favore della vita”. I microbi intestinali e l’ospite umano vivono in un rapporto simbiotico, ossia vantaggioso per entrambi: l’ospite mette a disposizione un habitat ricco di nutrienti che introduce con la dieta ed in cambio il microbiota contribuisce al mantenimento della salute e del benessere dell’intestino e dell’intero organismo.

    Ed invero, l’assunzione di probiotici comporta degli effetti benefici che comprendono il miglioramento delle difese immunitarie e la regolazione della motilità intestinale e dei processi digestivi, che spesso sono messi sotto stress da una cattiva alimentazione.

    Quando si deve acquistare un probiotico è meglio leggere attentamente l’etichetta, tenendo conto di quattro caratteristiche principali: ceppo presente, diversità, dosaggio e modalità di somministrazione. Inoltre, spesso vengono aggiunti all’alimento per potenziarne le proprietà salutistiche.

    Facciamo attenzione, però, a distinguere i microrganismi probiotici dai fermenti lattici contenuti negli alimenti. I ceppi batterici dei fermenti lattici non sono in grado di resistere all’azione degli enzimi digestivi dopo l’assunzione; per tale motivo non riescono a incrementare l’accrescimento della flora intestinale.

    Per alimenti/integratori con probiotici si intendono quegli alimenti che contengono microrganismi probiotici vivi e attivi, in grado di raggiungere l’intestino, moltiplicarsi ed esercitare un’azione di equilibrio sulla microflora intestinale mediante colonizzazione diretta.

    Le difficoltà sopraggiungono per le persone celiache non adeguatamente trattate. Diverse sono infatti le conseguenze della celiachia che possono influenzare la performance sportiva, ad esempio l’anemia, l’osteoporosi, l’artrosi, l’artralgia, l’affaticamento e l’astenia.

    Quando, però, si instaura una corretta terapia dietetica questi sintomi e segni regrediscono e non si rileva alcuna controindicazione a praticare sport. Anzi, alla persona – purché a dieta senza glutine – è raccomandato fare attività fisica, così come avviene per tutte le persone sane.

    Fig. 5: batteri intestinali

    ANALISI DA PARTE DI UN NUTRIZIONISTA

    L’atleta affetto da celiachia deve affidarsi ad un nutrizionista sportivo che sia anche esperto in celiachia e intolleranze alimentari.

    Ebbene, in presenza di un atleta celiaco cosa bisogna appurare?

    Sono tre i fattori da tenere in considerazione:

    1. che il suo peso sia ottimale per lo sport praticato;
    2. che la sua dieta sia priva di glutine (eseguire il test per la ricerca degli anticorpi)
    3. che non vi siano carenze di vitamine e ferro (eseguire i dosaggi di laboratorio).

    In accordo con il medico di famiglia si dovrebbero far ripetere i dosaggi dei punti 2) e 3) ogni anno. Si deve preparare una dieta priva di glutine sulla base del fabbisogno calorico dell’atleta e si deve stabilire la quantità di energia da fornire ogni giorno, come per qualunque altra dieta.

    Un atleta celiaco che segue un’alimentazione bilanciata gluten-free può tranquillamente ottenere le stesse performance sportive di atleti non celiaci, attraverso un’alimentazione bilanciata e totalmente priva di glutine per tenere a bada i sintomi della celiachia. Tutte queste condizioni, comunque, regrediscono di solito dopo appena qualche mese dall’inizio di una ferrea dieta senza glutine, se diagnosticata in tempo. Si sottolinea che l’essere affetti da celiachia non compromette la possibilità di praticare sport, né di seguire una carriera sportiva a livello agonostico. Tuttavia è da tener presente come per gli sportivi celiaci non sia sufficiente modificare la dieta sostituendo i cereali con glutine con quelli senza glutine, ma debbano essere rimodulati sia l’apporto di nutrienti che di micronutrienti e soprattutto l’indice glicemico della dieta senza glutine.

    QUADRO ALIMENTARE

    Per conciliare sport e celiachia un buon consiglio è quello di ispirarsi alla dieta mediterranea, ricca di legumi, frutta, ortaggi, pesce e olio d’oliva. Sono da prediligere le proteine e i grassi di origine vegetale, piuttosto che di origine animale, e gli zuccheri semplici; vanno consumate in dosi abbondanti acqua, frutta e verdura. Sono sempre da preferire gli elementi freschi privi di conservanti e di particolari “manipolazioni” come: verdura, riso, mais, grano saraceno, legumi, patate, carne, pesce, uova, latte e formaggi.

    Seguendo questo regime alimentare è bene stare attenti alla distribuzione dell’apporto calorico:

    • il 55% circa deve provenire da carboidrati contenuti in alimenti di origine vegetale (cereali, legumi, tuberi, ortaggi e frutta);
    • il 30% al massimo deve derivare dai grassi presenti in condimenti e alimenti di origine animale o vegetale;
    • il 15% deve provenire dalle proteine, sia animali sia vegetali.

    Da non dimenticare la necessità di un’idratazione adeguata.

    Lo sportivo celiaco deve scegliere cereali senza glutine (come riso, grano saraceno, miglio, amaranto, quinoa e mais); i carboidrati, infatti, non possono mai mancare nella dieta dello sportivo, anche se soggetto celiaco, ma devono essere quelli giusti. Non deve, poi, farsi mai mancare il potassio, sale minerale molto importante per il mantenimento di ossa e muscoli prima e dopo l’allenamento (sono ricchi di potassio: banane, funghi, fagioli, pomodori, bietole e anche patate). E’ assolutamente necessario reintegrare anche altri minerali, come magnesio e calcio; con l’attività fisica e la sudorazione già si perdono molti minerali, in più i villi intestinali, sottoposti a infiammazione nei soggetti celiaci, fanno fatica ad assorbirli. Quindi, è bene trovare ottime fonti di sali minerali (come la verdura e la frutta di stagione) che saziano, mantengono in forma e sono ottimi spuntini spezza-fame, anche con l’aggiunta di una manciata di semi per favorire la salute della flora intestinale.

    Il celiaco non deve stare attento soltanto a cosa mangia, ma anche a cosa beve. Spesso le bevande sono assai insidiose perché si sottovaluta che possano contenere glutine. Nettari e succhi di frutta puri sono ottimi perché ricchi di vitamine e sali minerali, ma se si tratta di prodotti addizionati, bisogna far attenzione che riportino la dicitura “senza glutine”. Anche gli integratori per sportivi, molto utili in caso di sudorazione abbondante, devono riportare la medesima dicitura, essendo a base di carboidrati e quindi a potenziale rischio per i celiaci.

    Si tenga, poi, presente che lo sportivo in generale ha bisogno di introdurre quantità di acqua più elevate rispetto ad un soggetto sedentario, per raffreddare i muscoli in contrazione, per conservare adeguati equilibri acido-base, e per tenere alto il rapporto massa muscolare costruita/massa muscolare persa (poiché il muscolo è costituito in grosse percentuali da acqua e, quindi perdite di acqua vanno ad influire sia sulla perdita che sull’acquisizione della massa muscolare).

    E’ bene che il soggetto celiaco segua una certa piramide alimentare con il supporto di un nutrizionista,attuando una dieta gluten-free, e ciò include cambiare stile di vita ed eliminare tutti gli alimenti a base di farina di grano ed orzo (come pasta, pane, pizza, fette biscottate, cereali da colazione). Carne, riso,mais, legumi, ortaggi, verdure, frutta e patate non contengono glutine, per cui possono essere inseriti ampiamente dallo specialista nella dieta senza glutine del soggetto celiaco.

    Inoltre, esistono molti alimenti sostitutivi, che portano la dicitura senza glutine (gluten-free) appositamente formulati per celiaci/intolleranti al glutine, in cui viene sostituito il frumento con un cereale senza glutine o deglutinato con metodi chimici e/o fisici, che sono tollerati dai soggetti celiaci. Da notare come sia necessario porre attenzione a cibi pronti e preparati industriali, in quanto spesso gli additivi contengono glutine, ed in tal caso un prodotto apparentemente innocuo risulta essere invece pericoloso.

    A titolo esemplificativo può ben esser tenuta presente la classica piramide alimentare, alla cui base si trovano gli alimenti di origine vegetale che sono caratteristici della “dieta mediterranea” per la loro abbondanza in nutrienti non energetici (vitamine, sali minerali, acqua) e di composti protettivi.  Salendo, poi, da un piano all’altro si trovano gli alimenti a maggiore densità energetica e pertanto da consumare in minore quantità, al fine di ridurre il sovrappeso e prevenire l’obesità e le patologie metaboliche.

    Fig. 6: Piramide alimentare (clicca sull’immagine per ingrandire)

    Come si può facilmente notare, alla base della piramide è evidenziata l’importanza del consumo di acqua, dell’attività fisica, della convivialità, dell’impiego di prodotti locali e di stagione: questi elementi devono essere alla base dell’alimentazione di chiunque, celiaco e non.

    Il resto della piramide, invece, presenta i vari gruppi alimentari riuniti secondo le loro caratteristiche nutritive e precisa la frequenza con cui sarebbe opportuno consumarli.

    Bisogna tener presente che un’alimentazione bilanciata può incidere molto sul rendimento degli atleti, mantenendo la performance alta per tutta la durata della competizione, senza cali energetici.

    Come suddetto, la dieta mediterranea è adatta anche per un’alimentazione gluten-free. Innanzitutto è una dieta volta a mantenere un buon peso corporeo e, di conseguenza, garantisce uno stile di vita sano.

    E se le diete senza glutine sono indispensabili nei pazienti celiaci, la moda dilagante di intraprendere diete di esclusione, pur non avendo alcuna intolleranza, può portare rischi a lungo termine ancora non conosciuti, dal momento che il microbiota di persone che hanno iniziato una dieta aglutinata senza averne bisogno ha mostrato indici infiammatori aumentati (così come affermato dal Prof. Antonio Gasbarrini – Policlinico Gemelli di Roma).

    Si noti che non c’è una correlazione scientifica tra l’attuazione di un quadro alimentare senza glutine e il miglioramento della performance sportiva di chi non è affetto da celiachia, anzi recenti studi concludono che eliminare il glutine dalla dieta degli atleti non celiaci è del tutto inutile e comporta una restrizione dietetica non giustificata. La convinzione che l’esclusione del glutine migliori la prestazione sportiva è solo una moda priva di fondamento scientifico, che banalizza una terapia salvavita per molte persone. (Benjamin Niland et.al 2018)

    CONCLUSIONI

    In conclusione, dal contesto di quanto suddetto si evince che se un atleta celiaco pratica sport è opportuno che segua un regime alimentare senza glutine, sotto il controllo di uno specialista.

    E’, poi, da non sottovalutare il fatto che lo sport sia una valvola di sfogo, abbia un effetto psicologico incisivo (in quanto il movimento quotidiano e costante è fondamentale per limitare i sintomi della depressione, dello stress e dell’ansia), assicuri un effetto fisico notevole e soprattutto abbia un impatto sulla salute prevenendo le malattie (come i problemi cardiovascolari, il diabete, l’obesità e in alcuni casi il cancro), in più prevenga l’ipercolesterolemia (ovvero abbassa il livello del colesterolo e riduce la pressione arteriosa, contribuendo a combattere l’ipertensione), riduca e prevenga il rischio di fratture (anche e soprattutto in presenza di osteoporosi), e favorisca la scomparsa del mal di schiena e di altri disturbi a carico del sistema muscolare e scheletrico.

    E allora, se lo sport è divertimento, ma migliora pure lo stato di salute, perché non scegliere quello più indicato per ognuno e farne, magari, di necessità virtù?

    Non c’è sport senza alimentazione e, a differenza di quanto spesso si creda, non c’è alimentazione corretta senza sport. Lo sport e l’alimentazione incidono in maniera positiva sul benessere psicofisico e lo fanno prevenendo numerosi disturbi alimentari, ma anche tanti infortuni muscolari che comunemente colpiscono quegli sportivi che non si alimentano correttamente.

    La combinazione sport e alimentazione è basilare per combattere lo stress, la fatica e la tristezza, promuovendo il buonumore e uno stato di positività che passa dalla tavola alla quotidianità, rendendo le proprie giornate positive, energiche e serene. E’ un connubio, quello tra sport e alimentazione, che una volta scoperto e provato è impossibile privarsene, che regala impulsi sensoriali chiamate emozioni, che permette di amplificare il benessere psicofisico e che inonda di positività facendo sperimentare quel pathos collegato alle percezioni, ovvero a quei processi che consentono di attribuire un significato agli input sensoriali provenienti dall’ambiente esterno, che danno la capacità di recepire, elaborare e interpretare l’informazione contenuta in uno stimolo, estraendo uno schema elaborativo utile per poter preparare e programmare le nostre giornate.

    Dott.ssa Valentina Airò Farulla ([email protected])     

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