(quarta parte)
TEST PER I PARAMETRI ANTROPOMETRICI
Sono importanti per 2 motivi fondamentali:
1) Per accertare il grado di maturazione e confrontarlo con i dati dei test atletici nei settori giovanili ð valutazione più appropriata e “non penalizzazione” dei soggetti in ritardo di maturazione.
2) Verificare l’aderenza al somatotipo tipico del calciatore ed eventualmente intervenire, per quanto possibile, tramite dieta/allenamento sulla composizione corporea (massa magra, massa grassa, ecc.).
Valutazione del grado di maturazione (valutazione Auxologica)
La Valutazione auxologica rappresenta una materia che compete prevalentemente l’ambito medico; per questo motivo le metodologie e l’aspetto pratico della valutazione devono essere effettuate da personale medico (solitamente il medico sociale o un medico dello sport). Solo successivamente i dati dovranno essere interpretati dalla squadra (può sempre essere il medico dello sport) alla luce di tutti i risultati disponibili con i test atletici.
Ciò viene fatto perché durante la crescita, ed in particolar modo nella fase puberale, infatti l’altezza e il peso sono riferimenti fondamentali correlati a prestazioni di velocità, salto e resistenza (Wong e coll 2009; vedi Approfondimenti). Gli indici auxologici si possono racchiudere in 2 famiglie principali:

Entrambe gli indici sono importanti, quelli di stato perché analizzano l’età di maturazione del soggetto (che può avere differenze anche di 5 anni tra un ragazzo e l’altro) e quelli di velocità di crescita perché indicano il posizionamento della crescita rispetto alla fase puberale (cioè quegli anni in cui può esserci un incremento staturale di 10 cm/anno e di 8.5 Kg/anno di peso, con relativi incrementi prestativi).
Valutazione antropometrica
L’utilità della misurazione di parametri come peso, altezza, massa magra, BMI, ecc. è di importanza rilevante non solo per approfondire la maturazione del soggetto, ma anche perché a livello professionistico i giocatori delle migliori squadre sono più alti e tendenti ad un aspetto ectomorfico (Nevill e coll 2009) e con una massa grassa inferiore. Ovviamente alcuni dati come la massa magra (più che il peso) e altezza vengono utilizzati nei test per le qualità neuromuscolari (vedi sopra) ed insieme ad altri sono necessari per il calcolo del somatotipo (cioè la struttura corporea), che con la %massa grassa fornisce indicazioni importanti per eventuali interventi nutrizionali.
è Peso ed altezza: soprattutto il peso (per evitare problemi di mancata Attendibilità) andrebbe effettuato utilizzando la stessa bilancia e in condizioni standard (distanza dai pasti, ora del giorno, ecc.). La misura del peso può essere utile anche per valutare lo stato di disidratazione dopo un allenamento/partita (la perdita superiore al 2% del peso corporeo peggiora la performance).
è BMI (Body mass index): “indice di massa corporea”, si misura facendo il rapporto tra il peso (in Kg) e l’altezza (in metri) al quadrato ð P / H². È l’indice più semplice che aiuta a stabilire il grado di magrezza del soggetto e indirettamente lo stato di forma; considerando che i calciatori hanno solitamente un aspetto ectomorfico, si può considerare accettabile un BMI inferiore a 22. Utile anche perché è in grado di percepire (per un incremento del peso dovuto alla crescita muscolare) il grado di maturazione del calciatore in età evolutiva.
è Composizione corporea: il dato più interessante è dato dalla valutazione della quantità percentuale di massa grassa (%MG) del soggetto. Per un adulto sportivo la %MG dovrebbe essere tra il 7% e il 12% (oltre sarebbe bene intervenire dal punto di vista nutrizionale). Il test maggiormente utilizzato è quello della misurazione della pliche. Gli scopi di questo test sono gli stessi del BMI, ma fornisce risultati più ricchi di significato (infatti il peso introdotto nel BMI non è dato sapere quanto sia di grasso o muscolo); purtroppo le formule che utilizzano queste misure rendono la valutazione della %MG poco Obiettiva ed Attendibile, per questo motivo è meglio riferirsi semplicemente alla “sommatoria delle pliche” piuttosto che alla %MG (vedi articolo di Sands e coll; vedi Approfondimenti).
Riassunto concettuale valutazione antropometrica: i dati relativi a Peso, Altezza e BMI importanti per individuare lo status di crescita del soggetto (per i giovani calciatori) e da rapportare alla valutazione delle qualità neuromuscolari. Insieme ai/l test per la Composizione corporea sono invece importanti per individuare il Somatotipo e di conseguenza l’eventuale necessità di intervenire dal punto di vista nutrizionale (dimagrimento) o muscolare (aumento massa magra).
Per Approfondire
TEST PER INDIVIDUARE FATTORI DI RISCHIO DI INFORTUNIO E SOVRALLENAMENTO
Gli infortuni rappresentano orami una delle importanti varianti per il rendimento di una squadra di calcio durante il campionato (vedi ricerca di Arnason e coll); allo stesso tempo il Sovrallenamento (o comunque le variazioni negative dello stato di forma) è un rischio è un rischio significativo in uno sport, come il calcio, in cui si compete settimanalmente. Un insieme di test/valutazioni che aiutino a prevedere questo tipo di inconvenienti è estremamente utile quanto lo sono quelli per analizzare i parametri responsabili della performance. Allo stesso tempo non bisogna perdere di vista quelli che sono i criteri statistici che ci possano permettere di includere o no un test in questo contesto.
Anamnesi fattori di rischio
Rappresenta il resoconto delle “variabili” dipendenti o indipendenti che possono incrementare la possibilità di un atleta ad infortunarsi, e di conseguenza le strategie di prevenzione. Sono solitamente raccolti dal medico societario o dal fisioterapista. Le variabili da analizzare sono:
Valutazione al dinamometro isocinetico dei muscoli della coscia
Squilibri tra la componente anteriore (quadricipite) e posteriore (ischio/crurali) e tra la coscia destra e sinistra sono in grado di predirre la possibilità di infortunio agli ischiocrurali; per i dettagli sui valori vedere articolo di Dauty e coll 2003 (Approfondimenti). Questo tipo di valutazione è quello che ha raggiunto nel tempo la maggiore considerazione scientifica.
Esami posturali
Malgrado la valutazione posturale comprenda un insieme di test molto vario, è conveniente affidarsi a personale particolarmente esperto nei confronti della disciplina applicata al calcio. I test che maggiormente possono interessare i calciatori (perché vanno ad indagare “lacune” che hanno correlazioni con gli infortuni) sono:
1) Quelli che vanno ad indagare la forza/flessibilità dei muscoli degli arti e del tronco (Core stability, vedi Willson e coll 2005); ricordiamo che il grado di allungamento di ogni catena muscolare dovrebbe essere compreso in un determinato intervallo, ma allo stesso tempo deve avere un livello di forza accettabile.
2) Quelli che vanno ad indagare l’equilibrio statico: solitamente vengono utilizzate pedane propriocettive (o semplici pedane di forza); scarsi livelli di equilibrio (soprattutto monopodalico) possono essere in grado di predirre distorsioni a caviglie e lesioni ai crociati del ginocchio (Hrysomallis e coll 2007).
Registrazione carico allenante e percezione della fatica
È un metodo sviluppato e indagato in particolar modo per le squadre dilettantistiche e settori giovanili. Rimandiamo a pubblicazioni specifiche per i dettagli metodologici. In breve rappresenta l’indice soggettivo del livello di affaticamento, che in linea teorica, permetterebbe di stabilire a breve-medio termine il grado di affaticamento del soggetto (e della squadra) per poi poter adattare il carico allenante. Si basa sulla registrazioni dei dati soggettivi (forniti a voce) dei giocatori; malgrado qualche ricerca abbia confermato la possibilità che possa essere utilizzabile nell’ambito del calcio rappresenta alcuni limiti:
Tra i pregi invece c’è da riconoscere:
Considerazioni conclusive: è sicuramente un metodo di valutazione che nelle squadre dilettantistiche (e nei settori giovanili) può rappresentare una fonte di importanti indicazioni sui livelli del carico interno, mentre per le squadre professionistiche è da considerare un ottimo metodo di valutazione complementare.
Esami ematochimici
Come in tutti gli sport rappresentano un’importante fonte di informazioni sullo stato fisiologico del soggetto; in ogni modo va a fornire un’integrazione a quelli che sono i dati degli altri test. Il quesito che sorge spontaneo è: quali esami di routine (cioè al di fuori di quelli che potrebbero confermare ipotesi medica di malattia) fare? Alcuni autori raccolgono i risultati di alcuni esami in gruppi in grado di dare un’analisi globale di alcuni status fisiologici (come quelli legati al metabolismo del ferro o dell’azoto), mentre altri si limitano ad analizzare i rapporti tra i livelli ormonali. Ovviamente non è nostra attenzione addentrarci in una materia prettamente medica, ma credo sia opportuno puntualizzare:
Riassunto conclusivo
La valutazione relativa al rischio di infortuni e sovrallenamento, contrariamente agli altri test, è estremamente complessa (prevede l’integrazione di diverse figure professionali), ma altrettanto importante per l’impronta che possono avere queste variabili sul rendimento dei giocatori.
Per le squadre dilettantistiche la “Anamnesi dei fattori di rischio” e la “Registrazione del carico allenante” permettono di dare informazioni aggiuntive all’allenatore sulla “risposta” dei giocatori all’allenamento, mentre le squadre di livello professionistico possono permettersi tutti i tipi di valutazione (integrandoli con i test atletici) individualizzando i carichi di lavoro. Tutto questo ovviamente non esonera lo staff (allenatore, preparatori, ecc.) dall’effettuare un’accurata programmazione dell’allenamento (che tiene conto delle conoscenze fisiologiche legate alla performance) senza la quale questi dati sarebbero solamente numeri.
Per Approfondire
CONCLUSIONI FINALI
Credo che le considerazioni finali che si possono fare dopo questa carrellata sui test atletici per il calcio sono relative alla complessità della materia. La difficoltà di reperire una Validità (cioè di “correlazione” con i parametri della partita) statistica della maggior parte dei test rende particolarmente importante il “confronto” tra i dati (pochi o tanti che siano) e la conoscenza della programmazione e della fisiologia dell’allenamento; non a caso molti tendono a definire l’allenamento maggiormente come “un’arte” piuttosto che un “scienza”. Ciò non significa che “l’esperienza” deve aver la precedenza sulla “conoscenza”, ma che l’abilità di comprendere e applicare i dati “utili” in possesso ad ogni staff (piccolo o grande che sia) può veramente rappresentare la differenza tra un “team di lavoro” efficiente (e per certi versi vincente) e uno che non lo è!
Autore: Melli Luca allenatore settore giovanile Audax Poviglio (melsh76@libero.it)
(terza parte)
Nella seconda parte di questo articolo abbiamo analizzato quelli che sono i test che hanno una maggior validità (cioè che hanno ricevuto consensi scientifici riguardo alle correlazioni con la Match Analisys) nel mondo del calcio, cioè quelli per la componente aerobica e la RSA.
Essendo comunque uno sport multifattoriale, non è possibile limitarsi esclusivamente a questi tipi di valutazione per “indagare” e “valutare” le attitudini e lo stato di forma del calciatore; in questa ultima parte andremo quindi a verificare l’utilizzo di test per alti variabili importanti come:
N.B.: rimandiamo alla prima parte di quest’articolo per i vari significati di Validità (correlazione con i parametri della match analisys), Obiettività (protocollo effettuabile da tutti), Attendibilità (ripetibilità), Economicità e Sensibilità (capacità di rilevare cambiamenti stato di forma, atleti di livello di verso, ecc).
TEST PER LE QUALITA’ NEUROMUSCOLARI
Le qualità neuromuscolari particolarmente indagate nel calcio sono accelerazione, abilità nei cambi di direzione (CdD) e velocità massima.
Alla luce di queste considerazioni, con quali criteri vengono scelti i test per le qualità neuromuscolari?
1) Dal punto di vista statistico devono almeno rispondere ai criteri di Obiettività e Attendibilità.
2) Per quanto riguarda la Sensibilità devono essere soprattutto in grado di discriminare le qualità di atleti di livello diverso e di cogliere le variazioni di forma durante l’anno.
3) Nei settori giovanili è necessario saperle valutare parallelamente ai test antropometrici per correlare i dati con gli indici di maturazione (per evitare di scartare “a priori” soggetti in ritardo di maturazione).
4) Devono valutare qualità che si presume (visto che non esiste Validità) possano essere importanti per il gioco del calcio (ad esempio l’agilità) o forniscano indicazioni importanti per gli allenamenti (vedi Forza massima).
TEST PER L’ACCELERAZIONE/VELOCITA’
Come specificato sopra è inutile valutare velocità massime su distanze superiori ai 20m, perché non rientrano nel modello prestativo del calcio e perché non sono in grado di cogliere “differenze” tra atleti di livello diverso. Per questo motivo verranno scelte:
Aspetti pratici del test: è ovvio che la rilevazione dei tempi debba essere fatta con fotocellule (altrimenti non risponderebbe ai criteri di Obiettività). Rimandiamo a riviste e pubblicazioni specifiche le modalità esecutive del test (riscaldamento compreso), che rivestono un aspetto fondamentale per l’attendibilità.

Lettura dei risultati e selezione del talento: diverse ricerche (giocatori in fase puberale) hanno appurato che i valori di velocità/accelerazione erano migliori in soggetti appartenenti a squadre professionistiche (Gil e coll 2007; vedi Approfondimenti), ma allo stesso tempo questi giocatori avevano indici di maturazione più avanzata. Si conclude che nei settori giovanili (soprattutto prima dei 15-16 anni) la valutazione della velocità/accelerazione debba essere fatta parallelamente a quella antropometrica (indice dello stato di maturità) per non penalizzare i soggetti in ritardo di sviluppo.
TEST PER LA FORZA MUSCOLARE
Non è nostra intenzione addentrarci sull’utilità o meno dell’utilizzo (spesso dibattuto) dei pesi per lo sviluppo della performance del calciatore, ma approfondire quelli che sono gli indici di forza (misurati con i vari metodi) che possono discriminare giocatori di livello diverso o dare indicazioni per la prevenzione degli infortuni.
TEST PER LA MISURAZIONE DELLA CAPACITA’ DI SALTO
L’utilizzo del CMJ (counter moviment jump), dello SJ (squat jump) o altri salti analoghi misurate con pedane a pressione o ottiche (pedana di Bosco, Optojum, pedana di forza, ecc.) sono sempre stati considerati metodi di valutazione importanti per le qualità esplosive del calciatore. Nonostante questo non sono mai state trovate correlazioni tra prestazioni di salto e le attività della Match analisys e pochi studi hanno rilevato differenze tra questi indici in squadre di livello diverso. L’unico aspetto interessante di questi test (in particolar modo il CMJ) è che possono rilevare differenze tra calciatori di livello diverso nei settori giovanili, anche se i risultati andrebbero “normalizzati” con indici antropometrici (altezza, peso, ecc.) e di maturazione (età biologica).
Essendo test semplici, ma richiedenti attrezzature non facilmente reperibili da tutti, è nata l’esigenza di trovare test che hanno le stesse credenziali statistiche (sopratutto Attendibilità, Obiettività e Sensibilità), ma meno costosi. Tra questi è da ricordare il Salto in lungo da fermo, il Salto triplo a piedi uniti e non, il Test dei 5 salti, ecc. Purtroppo l’Attendibilità di questi mezzi di valutazione non è stata sufficientemente indagata, quindi sono consigliabili solamente se non si hanno altri test a disposizione.
Importante: i dati ottenuti da questi test andrebbero analizzati (oltre al valore assoluto) in riferimento all’altezza e al peso del giocatore (anche per gli adulti). Per i settori giovanili la valutazione deve essere fatta assolutamente in parallelo anche agli indici di maturazione.
TEST DI VALUTAZIONE PER LA RAPIDITA’
I test che valutano la rapidità possono essere considerati particolarmente interessanti perché non trova correlazione con le altre qualità muscolari, quindi la sua valutazione è quanto mai importante. Inoltre, durante tutte le fasce d’età dei settori giovanili è una componente che è in grado di discriminare il livello del calciatore.
Purtroppo in letteratura scientifica sono stati utilizzati diversi test, quindi è difficile stabilire se qualcuno di questi possa rispondere ai criteri statistici (almeno Obiettività e Attendibilità) da noi considerati per ritenere un test “utile”.
Applicazioni pratiche: sembra che attualmente il metodo statisticamente migliore per valutare l’agilità sia il rilevamento del tempo migliore durante il Test Capanna. Per chi volesse provarne qualcuno più specifico, consigliamo il “T-Test”. Per la precisione con la quale devono essere effettuate queste misurazioni è necessaria almeno una fotocellula ed utilizzare superfici che rimangano stabili durante l’arco dell’anno.
Per approfondire
(prima parte)
Non è raro sentire discutere allenatori, preparatori e dirigenti su “cali di condizione” della propria squadra, di “scarsa brillantezza a causa di carichi di lavori troppo elevati”, accuse di “non arrivare mai primi sulla palla” o altri giudizi sulla condizione atletica dei giocatori basati su quanto accade in campo.
Sono tutte considerazioni che non tengono in considerazione delle molteplici varianti che stanno alla base di una prestazione atletica condizionata dagli aspetti tecnici, tattici e psicologici. Quindi, agli occhi di un osservatore esterno è difficile ipotizzare l’entità della prestazione atletica senza avere dati precisi ottenuti da test appropriati; basti pensare a cosa possa accadere ad una squadra perfettamente preparata dal punto di vista atletico che però entra in campo scarsamente motivata.
Affinché un test possa considerarsi utile ed efficace per la valutazione atletica del calciatore è necessario che soddisfi determinati criteri che spaziano dalla statistica (validità, oggettività, ecc.) alla fisiologia (cioè indaghino le qualità che servono al calciatore); non a caso sono pochi i test che nel corso degli anni hanno ricevuto “consenso scientifico” per la valutazione del calciatore. Di seguito esamineremo in breve (e in maniera particolarmente sintetica) quelli che sono i “requisiti” che deve avere un test e nel prossimo articolo andremo ad elencare quelli maggiormente efficaci.
REQUISITI STATISTICI
In statistica ogni parola utilizzata ha un determinato significato e un determinato “peso”, per questo motivo rappresenta l’aspetto più preciso e delicato della valutazione. Di seguito riportiamo una semplificazione degli elementi da considerare quando si analizzano i dati di un test:
Considerazioni importanti: in molti sport è difficile trovare test che rispondono a tutti i criteri elencati sopra (nel calcio sono molto pochi, come lo Yo-Yo Intermittent Recovery test), quindi a volte è sufficiente che il test rispetti i criteri di “Attendibilità” e “Obiettività” (la “Validità” è più difficile da ottenere) e indaghi comunque qualità importanti nella disciplina (come può essere il test dei 10-30m con fotocellule che valuta l’accelerazione/velocità).
REQUISITI PRATICI
Quali test scegliere: ma come comportarsi, dal punto di vista pratico, di fronte ad una vastità di test che oggi vengono proposti? Un test è da considerarsi utile quando (oltre a rispettare i REQUISITI elencati sopra):
1) Ha correlazione (“validità”) con le qualità di gara (dati match analisys) o con qualità fondamentali nel gioco del calcio (accelerazione, Potenza Aerobica, agilità, ecc.)
oppure
2) È in grado di fornire indicazioni importanti per stabilire i ritmi da tenere in allenamento (come i test sui 2000-3000m o per la Forza massima)
oppure
3) È in grado di indagare qualità biologiche (test del sangue), qualità anatomiche (test antropometrici o posturali) o qualità fisiologiche (consumo di ossigeno, frequenza cardiaca, ecc.) importanti per valutare l’attitudine/talento, stato di crescita e rischio di infortuni del calciatore.
Condizioni essenziali prima di somministrare test:
1) Lontano dai pasti (almeno 3 ore)
2) Condizioni di massima forma (48 h lontano da sforzi impegnativi) e ben idratati
3) Riscaldamento adeguato
4) Dieta mista ed equilibrata nei giorni che precedono il test. Non assumere caffeina.
5) Padronanza tecnica del test di chi lo somministra e di chi lo esegue (per alcuni protocolli è necessario far eseguire diverse prove in diversi giorni prima di effettuare quella definitiva).
7) Effettuare test nelle stesse ore del giorno e con lo stesso livello di motivazione.
8) Assicurarsi che le qualità dei terreni e del clima non vadano ad influenzare la prestazione del test.
Condizioni essenziali per l’analisi dei dati:
L’analisi dei dati è da effettuare da personale in grado di avere un minimo di conoscenza statistica, soprattutto quando si confrontano gruppi diversi o lo stesso gruppo in momenti diversi dell’anno.
CONCLUSIONI
Con questo articolo speriamo di aver dato indicazioni interessanti (la statistica rappresenta comunque una scienza particolarmente complessa che non può essere trattata in un solo articolo) a preparatori atletici e ai vari addetti al calcio su quelli che devono essere i criteri che stanno alla base della somministrazione dei test nel calcio. Ovviamente di ogni test sono da seguire attentamente le “istruzioni” e le “evidenze scientifiche” presenti in bibliografia internazionale (preferire pubmed come motore di ricerca). Nei prossimi articoli andremo ad analizzare i test che, per i requisiti elencati sopra, possono considerarsi interessanti nell’ambito del calcio.
Autore: Melli Luca allenatore settore giovanile Audax Poviglio (melsh76@libero.it)
(aggiornato al 03/10/2024)
Nella prima parte abbiamo visto come l’apprendimento della tecnica sia più efficace se viene fatta in un contesto di gioco; questo perché la velocità dei movimenti, le difficoltà e le scelte di gioco hanno una profonda influenza sull’esecuzione dei gesti tecnici.
Infatti, (con le dovute semplificazioni) le azioni motorie sono codificare nell’area pre-motoria per “scopi” e “finalità” e non per “tipologia di movimenti”; per questo motivo sarebbero da evitare in allenamento situazioni artefatte. Per approfondire è possibile leggere il nostro articolo su multilateralità e specificità.
Malgrado questo, esistono alcuni gesti tecnici che raramente vengono effettuati in contesto di gioco (lancio lungo, tiro al volo, acrobazie, ecc.), ma allo stesso tempo hanno una ripercussione importante sul risultato; per questi è fondamentale un approccio che va dall’analitico al situazionale tramite vari step.
In questo articolo cercheremo di dare delle semplici linee guida per l’allenamento della tecnica nelle varie categorie, senza aver la presunzione di essere esaustivi e senza ritenerle le uniche soluzioni possibili per apprendere la tecnica nel migliore dei modi.
Per semplificare il tutto, divideremo i gesti tecnici in 3 famiglie principali (conduzione/guida, passaggio/ricezione e tiro); non approfondiremo elementi che meriterebbero una trattazione a parte come il colpo di testa, la rimessa laterale e le attività del portiere.
Insieme al Tiro è il fondamentale che più va incontro alle esigenze dei primi anni della Scuola calcio, quindi ha una precoce allenabilità; nonostante questo, la didattica di questo fondamentale è molto lunga e si esaurisce solamente con l’annata dei Giovanissimi.
Il primo step consiste nel saper guidare liberamente la palla in forma ludica acquisendo la corretta ritmica ed abituandosi ad utilizzare tutte le parti del piede.
In questa fase i giochi a tema sono tra gli stimoli allenanti migliori perché permettono di rimanere molto a contatto con la palla, ma allo stesso tempo creano un contesto al quale il giocatore si deve adeguare. Tra questi ricordiamo il gioco dello sparviero, il gioco dei postini, il gioco delle casacche, il gioco dei tunnel, ecc.

Sono attività nelle quali sono presenti difensori, “leoni”, “sparvieri”, “ragni” che cercano di “rubare” il pallone, stimolando la guida (in un contesto) e la protezione della palla.
È comunque da prestare attenzione al fatto che tutti abbiano la possibilità di stare a contatto con la palla per tanto tempo; ad esempio, nell’esercizio sopra c’è il rischio che alcuni perdano spesso palla e fatichino a riconquistarla.
Se ciò accade, può diventare utile inserire anche attività nelle quali c’è un pallone per giocatore (come il gioco dei 4 cantoni); probabilmente il contesto diventerà meno specifico, ma anche chi ha più difficoltà (dal punto di vista tecnico) avrà più opportunità di controllare la palla.
Ricordo che un corretto allenamento della coordinazione permette di avere meno difficoltà nel controllo della palla.
Faccio un esempio banale nel rapporto tra un’abilità coordinativa (la frequenza dei passi, che è parte dell’agilità) e la guida.
Se ho una bassa frequenza dei passi, controllerò la palla ogni 5-6 rivoluzioni della stessa…mentre se ho un’ottima frequenza dei passi riuscirò a controllarla ad ogni rivoluzione, direzionandola più frequentemente e rimanendo sempre a contatto con essa. Nel primo caso invece…sarà “il pallone a guidare il giocatore”.
Questo è un esempio molto chiaro di come la coordinazione influenza la tecnica!
Altri lavori che stimolano la guida sono tutte le esercitazioni di 1c1; infatti, nei primi anni della scuola calcio, l’1c1 dovrebbe essere il mezzo attraverso il quale si impara a guidare la palla. Per dare maggiore continuità a questo tipo di situazioni, si può utilizzare l’1c1 che diventa 2c2 (vedi immagine sotto).

In questa situazione, si effettuano 2 “1vs1” in contemporanea; quando un pallone esce, si gioca tutti e 4 (più i 2 portieri) con quello che rimane. Non solo, la presenza del portiere limita le possibilità che la palla esca, prolungando l’azione e lo stimolo allenante. In caso di gruppi molto numerosi, è possibile fare anche degli “1vs1 che diventano 3vs3”, con 3 coppie di 1c1 che partono contemporaneamente.
Altra situazione che permette di allenare la guida della palla è l’utilizzo di mini-partite a tema (con pochi giocatori….2c2 o 3c3) nelle quali si riduce la possibilità che la palla esca. È il caso dell’utilizzo delle “porte centrali” (vedi figura sotto).
In questi contesti, la porta dove segnare (con o senza portiere) è all’interno dello spazio di gioco, limitando quindi la possibilità che la palla esca e riducendo le perdite di tempo dovute all’impostazione a fondocampo, che nei primissimi anni solitamente riducono l’intensità del gioco.

Alternativa è quella di utilizzare le mete (a fondocampo) al posto delle porte o di segnare in porte piccole, ma solo da dentro un’area prestabilita (come il Funino); trovate molte di queste attività nel primo testo di Horst Wein, Il calcio a misura dei ragazzi.
Il secondo step è quello di iniziare a proteggere la palla in presenza di avversari; ovviamente questo aspetto è già affrontato anche nello step precedente, ma volendolo allenarlo in maniera specifica, si possono strutturare esercitazioni situazionali apposite. Questo approccio, a mio parere, va affrontato precocemente, per evitare che insorga la “paura di contrastare l’avversario” e la capacità di riconoscere quando è fallo e quando non lo è. Non solo, essendo un’abilità puramente istintiva, si allena molto bene nei primi anni della scuola calcio.
L’ideale, sono situazioni di 1c1 o (2c2) nelle quali lo scopo non è quello di segnare (o fare meta), ma mantenere il possesso della palla entro un lasso di tempo (esempio 5-8”) e senza far uscire la palla dall’area di gioco. Trovate altre situazioni nel nostro primo articolo dedicato alla protezione della palla.
Il terzo step è riferito al perfezionamento della guida e della protezione della palla; oltre ai mezzi sopra citati, si possono inserire esercitazioni analitiche per lavorare sulle lacune e sugli elementi che poco vengono affrontati in partita.
Ad esempio, l’utilizzo del piede debole nella scuola calcio può essere affrontato in giochi a tema (parzialmente analitici) come il gioco dei postini.
Si possono utilizzare (dalla categoria Pulcini fino alle prime squadre) anche esercitazioni analitiche, a patto che siano proposte in maniera stimolante; uno dei miei preferiti è la struttura esercitativa per la sensopercettività dei piedi; risulta molto utile nel riscaldamento e nell’apprendimento delle finte, oltra a contestualizzare la guida in regime di rapidità.
Rimanendo infatti, nel dominio di gesti impegnativi (da fare in maniera analitica), l’apprendimento delle finte risulta sicuramente un obiettivo che motiva i giocatori seppur in un contesto analitico. Rientrano nella didattica delle finte tutti quei movimenti nei quali il calciatore effettua giocate estremamente difficili, come l’uso della suola, del tacco del piede, ecc.
Risulta quindi ovvio come la guida della palla sia un gesto (soprattutto nella scuola calcio) estremamente stimolato in situazione, e che non richiede lavoro analitico, ma alcuni elementi (come l’uso del piede debole e le finte) possono essere affrontati anche in maniera analitica per perfezionare questo fondamentale.
Per rendere ancor più allenanti i mezzi analitici (ma anche i giochi di situazione), è possibile utilizzare palloni di misura inferiore rispetto a quelli della categoria; ad esempio, nella categoria Pulcini è possibile usare dei palloni 3, oppure palloni di gomma. In questo modo, verrà maggiormente allenata la differenziazione cinestesica, che è quella qualità coordinativa che permette di “tenere la palla vicino ai piedi” rendendo la guida più efficace.
Per quanto riguarda la protezione della palla, è importante conoscere come con il tempo questa si leghi ad altri elementi come la forza neuromuscolare ed il passaggio/ricezione. Infatti, non diventa solamente un fatto di “posizionamento tra palla ed avversario”, ma anche un’elevata applicazione di forza specifica nei contrasti; esercizi in cui si “tira” e si “spinge” sono degli ottimi presupposti. Non solo, la decisione di proteggere o avanzare con la palla, determinerà anche la tipologia di ricezione della stessa (“piede avanzante” o “piede difendente”).
Potete approfondire questi ultimi 2 aspetti nel nostro secondo articolo dedicato al contrasto e protezione della palla.
È evidente che giocatori “ambidestri” non solo possiedano maggiori qualità tecniche (e riescano ad essere più precisi), ma sono anche in grado di essere più versatili dal punto di vista tattico.
Solo per fare un esempio, un esterno in grado sia di andare al cross con un piede, che di rientrare (proteggendo la palla) per andare al tiro (con l’altro), ha più possibilità di soluzioni offensive rispetto ad un esterno con solo un arto dominante. Non solo, qualsiasi giocatore “ambidestro” può giocare su entrambi i lati del campo.
Ma come allenare quest’abilità iniziando dal settore giovanile?
È sufficiente un lavoro analitico o è da contestualizzare il tutto in situazione?
Andiamo per ordine, e cerchiamo di vedere quando è consigliabile iniziare con la lateralità, indipendentemente dal fondamentale tecnico considerato. È da ricordare che la dominanza (cioè l’abilità di utilizzare il piede forte) aiuta nell’orientamento motorio nelle prime annate della scuola calcio.
È quindi evidente come si possa iniziare a lavorare analiticamente sulla lateralità solo dopo che il giocatore avrà acquisito un’immagine di movimento corretta con l’arto dominante; in altre parole, è bene iniziare a lavorare sul piede debole dopo che il giocatore ha acquisito una preferenza del lato di utilizzo ed un minimo di tecnica. Questo, per la guida della palla, avviene solitamente dalla categoria Primi calci.
Quando si parla di tecnica e di lateralità, è necessario conoscere anche la possibilità di transfert tra un emilato e l’altro; malgrado questo sia possibile (testimoniato dalla presenza del corpo calloso nel cervello), all’atto pratico siamo tutti testimoni come sia evidente la difficoltà di trasfert tecnico dal lato forte al lato debole. È più semplice il transfert dal lato debole al lato forte; in altre parole, è più proficuo allenarsi analiticamente sul piede debole (piuttosto che quello forte), contando di un più probabile transfert sul lato forte (e non viceversa).
Ne deriva, che il lavoro analitico, quando necessario, è da preferire con il lato debole, sia per la facilità di transfert, che perché il lato forte è già maggiormente utilizzato in situazione. Questo è consigliabile solamente dopo che il giocatore dimostra una buona rappresentanza del movimento.
Per chi volesse approfondire consiglio il secondo testo di Horst Wein, in particolar modo la trattazione fatta con BrainKinetic.
Riporto anche l’opinione di Fabrizio Piccareta (tratta dal suo libro Allenare giocando nel settore giovanile); l’autore ha un approccio più legato alla motivazione. In sostanza, propone (giustamente) una didattica molto ludica basata sulla situazione, nella quale il giocatore progressivamente migliora la sua autoefficiacia ed autostima; solo a quel punto sarà consigliabile iniziare con la didattica analitica del piede debole.
Ma la didattica analitica con il piede debole (per qualsiasi gesto) è sufficiente per apprendere la tecnica dell’arto non dominante?
Probabilmente no, e se avete letto il precedente articolo sicuramente capite il perché.
Il fatto è che l’apprendimento in contesto di gioco avviene principalmente giocando; di conseguenza, dopo aver “conosciuto e sperimentato” l’utilizzo del piede debole, è necessario strutturare situazioni (partite a tema) nelle quali si vincola o si facilita l’utilizzo dell’emilato non dominante.
Ad esempio, si può vincolare il gol con il piede debole (oppure se fatto con il piede debole, vale doppio), si possono vincolare i passaggi con il piede debole (in un contesto facilitato con jolly), l’obbligo di toccare la palla almeno una volta con il piede debole ogni volta che se ne entra in possesso, ecc.
È importante introdurre il prima possibile l’abitudine a colpire con il collo del piede tenendo la “caviglia rigida”; affinchè ciò avvenga è assolutamente necessario utilizzare palloni che siano di dimensione e consistenza adatta all’età considerata.
Ma la didattica del tiro in porta (come quello del calciare la palla) deve assolutamente tenere in considerazione 2 aspetti.
Il primo che solitamente questo fondamentale viene effettuato in regime di pressione temporale; non solo, nel nostro articolo dedicato alla match analisys qualitativa abbiamo visto come la maggior parte delle segnature siano precedute da un’azione rettilinea di intensità elevata da parte di chi segna o di chi fa l’assist.
Il secondo è l’aspetto atletico del tiro in porta; con l’aumento della forza muscolare, dovuto all’età, è possibile calciare sempre più lungo e potente. Malgrado questo, le possibili lacune posturali a cui può andare incontro il calciatore possono limitare fortemente la precisione e la potenza del gesto. È quindi da considerare anche l’aspetto atletico legato al tiro in porta.
Da quanto visto precedentemente, l’utilizzo del piede debole deve essere incoraggiato sin dai primi anni della scuola calcio, ma l’allenamento analitico deve essere affrontato quando è stato consolidato lo schema motorio relativo al piede dominante.
Di seguito riporto una possibile progressione didattica senza la presunzione che possa essere la soluzione migliore, oppure l’unica.
Solitamente nelle categorie piccoli amici e primi calci dedico la fase pre-allenamento ai tiri in porta; in altre parole, se l’allenamento inizia alle 17:30, prima di quell’ora si fanno i tiri in porta.
Per comodità strutturo il tutto in modalità “calcio di rigore” con gruppi di 3-5 giocatori in autogestione (chi segna, fa il portiere). Pian piano che acquisiscono esperienza con l’autogestione inserisco diverse varianti:
Ovviamente l’allenatore dovrà supervisionare i vari gruppi, cercando di aiutare a comprendere i modi migliori di eseguire il gesto.
A quest’età è importante focalizzarsi sul colpire a “caviglia dura”, “caricare” il tiro ed estendere la gamba.
Questo tipo di lavoro è molto motivante e viene fatto prima dell’allenamento, quindi non porta via tempo ad altre attività; con il passare dei mesi i giocatori arriveranno sempre prima ad allenamento (anche 30’ prima) proprio per fare più tiri in porta. Durante l’allenamento solitamente non effettuo esercitazioni analitiche per il tiro in porta, semmai giochi a tema in cui il tiro si verifica spesso come il tiro in porta ad oltranza e simili.
Per quanto riguarda invece e categorie Pulcini ed Esordienti nel pre-allenamento propongo altre attività (sempre in autogestione) che possono coinvolgere il tiro, ma cercando soprattutto il divertimento in autogestione.
In queste categorie è possibile (se il numero di istruttori è sufficiente) perfezionare ulteriormente il gesto con qualche lavoro analitico, con particolare attenzione alla posizione del busto (oltre agli elementi citati sopra); è sempre fondamentale utilizzare palloni di consistenza diversa per sensibilizzare al massimo il gesto.
Ma il gesto si apprende primariamente in situazione; di conseguenza si possono utilizzare questo tipo di esercitazioni:
Nelle categorie Giovanissimi ed Allievi, il gesto tecnico sarà sempre più legato ai principi di gioco; di conseguenza anche le esercitazioni dovranno rispettare i termini di situazionalità e velocità, anche considerando gli spazi di gioco specifici. Per chi volesse approfondire, consiglio il libro di Giuseppe Rauso, Il calcio per principio.
Anche in queste categorie è possibile lavorare in maniera analitica, in particolar modo con il piede debole; inoltre è giusto che i giocatori comprendano alcuni aspetti legati alle difficoltà che possono avere i portieri nel parare un tiro, come le palle rasoterra e sul secondo palo.
Come accennato prima, nelle categorie juniores e nelle prime squadre è anche importante conoscere come la forza specifica influenza l’efficacia del tiro in porta (e dei calci lunghi); infatti, con un maggior livello di forza specifica è possibile modulare meglio la precisione e l’intensità del gesto.
Non solo è anche importante conoscere eventuali fattori limitanti la massima potenza di tiro come la rigidità di quadricipiti o adduttori, debolezza dei posteriori della coscia, ecc.
Da qui è possibile comprendere come non sia semplice lavorare sulla forza muscolare che determina il calciare (ed il tiro in porta), in quanto è prevalentemente dovuta ad un aspetto coordinativo. È sicuramente importante eliminare tutte quelle lacune posturali che possono limitare il tiro: per chi vuole approfondire, consiglio il nostro articolo dedicato alla preparazione atletica del tiro in porta.
Non solo, la finalizzazione deve tenere in considerazione anche le difficoltà dovute alle pressioni temporali (solitamente il tiro viene fatto con avversari in prossimità) e la velocità alle quali viene effettuato il gesto.
Nel post precedente abbiamo visto un esempio di progressione dedicata a questo fondamentale, mentre nel nostro articolo dedicato alla velocità in situazione la parte relativa agli spazi di gioco che allenano in maniera più adeguata questo fondamentale.
A mio parere è consigliabile inserire questo fondamentale in forma analitica solo dopo che si ha iniziato a lavorare sul concetto di smarcamento…solitamente nel secondo anno della categoria Primi Calci o nei Pulcini.
In questo modo sarà più facile, per i giocatori, comprendere il contesto tattico nel quale viene eseguito questo gesto tecnico.
Nei primissimi anni comunque sarà possibile inserire “giochi di precisione” (in cui lo scopo è quello di colpire bersagli tirando il pallone con i piedi da varie distanze) come il “finta e passo”, che sono funzionali anche per il tiro in porta.
Si possono inserire anche dei “giochi collaborativi” in cui si utilizzano prevalentemente le mani, eliminando quindi la difficoltà della gestione “tecnica” della palla, ed inserendo i concetti rudimentali dello smarcamento, come il riconoscere e sfruttare gli spazi vuoti. I giochi derivati dalla pallamano o dal rugby sono ideali (vedi esempio).
Tornando al concetto di smarcamento, è consigliabile inserire questo fondamentale comunque quando i giocatori hanno passato la piena fase egocentrica del possesso della palla.
Mi spiego meglio; nei primissimi anni, sarà normale vedere delle partitelle 2c2 fino a 4c4 con tutti i giocatori sulla palla; è normale ed a mio parere è un bene, perché significa che è stata vinta la paura del contrasto e dell’avversario.
Giocando in questo modo, sviluppano diverse abilità come il saltare l’avversario, rubare palla all’avversario, contrastare regolarmente senza fare fallo, guidare la palla, ecc. Sono abilità istintive che si apprendono più facilmente quando il giocatore è nella fase egocentrica dello sviluppo (e ha meno paura di sbagliare), cioè nelle categorie Piccoli Amici e Primi Calci.
È evidente che se in questi contesti riconoscono un compagno libero e gli passano la palla, non è un problema…è un bene, ma solamente se è la conseguenza di una scelta libera e non condizionata dall’allenatore o dalla paura di sbagliare.
Infatti, l’errore da non fare (sia nella categoria Piccoli Amici che Primi Calci) è quello “dire ai giocatori di passarla”; se attraversano liberamente la fase egocentrica del possesso palla individuale, poi sarà normale passare alla fase in cui riconoscono un compagno libero meglio posizionato.
Non solo, se si nota che il giocatore si libera della palla per timore di affrontare gli avversari, allora è più importante incoraggiarlo nell’1c1.
Di norma, se nella categoria Piccoli Amici è rispettano questi principi, già dai Primi Calci si assiste ad una riduzione dell’egocentrismo.
In ogni modo, l’1c1 dovrà essere un fondamentale sul quale lavorare per tutta la carriera del calciatore, nelle modalità tipiche di ogni categoria.
Come accennato sopra, la didattica analitica è giusto iniziarla successivamente all’apprendimento dei concetti di zona luce e di smarcamento in situazione.

La parte analitica dovrebbe comunque prevedere l’utilizzo di esercitazioni che portino gradualmente la didattica verso un contesto globale e situazionale; solo in questo modo c’è apprendimento. A questo link potete trovare tanti esercizi che ho pubblicato, alcuni recenti ed altri un po’ più datati, con diverse varianti; si trovano mezzi allenanti di natura analitica per tutte le categorie.
In funzione dell’apprendimento, l’allenamento analitico serve per lavorare sulle lacune; è quindi evidente che la preferenza, quando possibile, va data all’utilizzo del piede debole. Questo per 2 motivi; il primo che le lacune solitamente si evidenziano sul lato debole, la seconda è che il transfert è maggiore passando dal lato debole a quello forte, piuttosto che viceversa.
Un altro aspetto è quello relativo alla coordinazione come presupposto della tecnica; se un giocatore esegue male i fondamentali del passaggio e della ricezione per lacune di natura coordinativa, allora è meglio lavorare inizialmente sulla coordinazione piuttosto che sulla tecnica.
Infatti, in questo caso il giocatore avrà anche lacune nella guida e nel tiro (perché la coordinazione è la base di tutto); sarà quindi più efficiente, in questo contesto, dare la precedenza all’allenamento coordinativo perché i benefici saranno evidenti in tutti i fondamentali.
Se invece le problematiche sono relative alla precisione del gesto (non all’esecuzione) o solamente all’utilizzo del piede debole, allora potrebbe essere più efficace l’utilizzo della didattica analitica del passaggio.
Ma su quali elementi focalizzarsi sulla tecnica analitica?
Dagli studi sulle neuroscienze sappiamo che il focus principale del giocatore deve essere orientato sull’obiettivo del movimento e sulla precisione e non sull’esecuzione del movimento dei singoli segmenti corporei.
Ad esempio, se un gruppo di calciatori della categoria Primi Calci si chiede di passarsi la palla “forte” (ad una giusta distanza), useranno spontaneamente l’interno piede per stopparla, perché sono inconsciamente consapevoli che è il modo migliore per smorzarne la traiettoria.
La gestualità dei segmenti corporei dovrà quindi seguire gli obiettivi tecnici del gesto. Ad esempio, all’inizio è importante che la palla rotoli esclusivamente lungo un solo asse (senza “giro”); in questo modo la traiettoria della palla è più semplice da gestire, soprattutto da parte di chi riceve.
Su questo aspetto si lavorava molto bene una volta grazie al muretto; se calciavo la palla bene, mi tornava indietro precisa. Ovviamente non sono un nostalgico del “muretto”, perché fondamentalmente è un approccio estremamente noioso e poco adatto alla scuola calcio, ma il concetto di osservare (come obiettivo) i “giri della palla” è funzionale ad avere un feedback immediato sulla precisione esecutiva del gesto, senza dover far concentrare il giocatore sul posizionamento dei segmenti corporei. Questo aspetto è possibile osservarlo in qualsiasi esercizio analitico per il passaggio.
Altro aspetto per me importante è quello di abituare i giocatori a passare la palla “forte e rasoterra” (oltre che precisa); questo allena meglio la ricezione del gesto del compagno all’interno dell’esercitazione.
Dal punto di vista della gestione del movimento, il corretto “rotolamento” della palla si ottiene “accompagnando” la palla con il piede rimanendo ben presenti con il corpo sulla palla. È un atteggiamento che viene spontaneo, ma raramente è necessario correggere in maniera ancor più analitica il gesto, cioè focalizzare il giocatore su questo tipo di movimenti e non solo sul rotolamento della palla.
In ogni modo, in partita i giocatori si troveranno a passare la palla con qualsiasi parte del piede (esterno, punta, ecc.) quindi è la pratica in situazione a determinare concretamente l’apprendimento del gesto.
Per quanto riguarda la ricezione della palla, nei primi anni della scuola calcio è sufficiente inserire giochi con tiro al bersaglio; questo stimolerà spontaneamente a stoppare la palla con l’interno, ammortizzando l’impatto con la palla.
Sarà insegnare lo stop orientato con il piede debole, in quanto è meno istintivo; esercitazioni come il guido e passo, apro/chiudo ed il giropalla nel quadrato, sono necessarie per abituare l’utilizzo del piede debole. Per stimolare correttamente l’orientamento (in attesa della palla) e decidere se aprire o chiudere le linee di passaggio, si può passare attraverso strutture come i possessi palla più semplici, anche se solo la situazione sarà in grado di far apprendere definitivamente le giuste dinamiche dello stop, in particolar modo le tempistiche dello smarcamento.
Ricordo che i giochi di posizione (nella forma originale) ed i possessi palla non rappresentano esercitazioni prettamente situazionali, in quanto manca la possibilità di verticalizzare, segnare e proteggere una porta; sono lavori che fungono da raccordo tra le esercitazioni analitiche e le partite a tema.
Per quanto riguarda il calcio lungo (come il cross), la didattica analitica dipenderà fortemente dallo sviluppo fisico del calciatore, e dovrà essere contestualizzata in situazione in partite a tema in cui vengono facilitati i cambi di gioco e le finalizzazioni, ancor meglio se in spazi che garantiscono alta velocità.
Le partite a tema, con il passare delle annate dovranno seguire quelli che sono i principi di gioco, come la costruzione dal basso, lo sviluppo del gioco, la rifinitura e la finalizzazione; per trovare approfondimenti ed esercitazioni consiglio i libri di Giovanni Garofalo e Giuseppe Rauso.
Questo articolo ovviamente non ha la presunzione di essere una guida definitiva all’apprendimento della tecnica, ma una sorta di “appunti organizzati” derivati dalla mia esperienza e dagli anni di studio sull’argomento.
Spero quindi abbia stimolato i lettori a riflessioni ed approfondimenti; prima di chiudere l’articolo, propongo alcune riflessioni su aspetti da non trascurare.
Ogni esercitazione ha in sé non solamente un carico tecnico-cognitivo, ma anche di natura fisico-atletico; quando si tende ad approcciare principi di gioco nuovi (in particolar modo se il gesto tecnico è reso difficile da ridotti spazi di gioco) è importante che il carico fisico sia inizialmente basso per fare in modo che i giocatori si concentrino maggiormente sulle prime fasi di apprendimento.
Altro concetto estremamente interessante è quello dell’interferenza contestuale; con le dovute semplificazioni, è il fatto di inserire all’interno di una seduta più obiettivi tecnico-tattici, possibilmente slegati tra di loro.
Questo faciliterebbe l’apprendimento (ricordo che “apprendere” significa “migliorare”) perché abituerebbe il giocatore ad allenare ed alternare concetti tecnico/tattici in sostituzione. Si contrappone quindi all’utilizzo di un tema unico della seduta (che può essere un principio di gioco o un fondamentale come l’1c1).
In sostanza sono meglio le sedute multi-tematiche (che stimolano l’interferenza contestuale) o quelle mono-tematiche (dedicate all’apprendimento di un solo principio di gioco)?
Partiamo dal presupposto che nessuna seduta può essere esclusivamente mono-tematica, perché ogni esercitazione stimola più principi di gioco; in ogni modo, a mio parere, quando si affronta un principio di gioco nuovo, credo sia meglio dedicarvi più tempo all’interno della seduta, proprio per richiamare più spesso elementi non ancor ben fissati nella memoria a lungo termine.
Quando si tratta invece di stimolare principi di gioco già in fase di consolidamento, allora è meglio inserirne più di uno all’interno della seduta, proprio per facilitare l’interferenza contestuale.
Un’ultima citazione la dedichiamo alla vigilanza mentale, cioè lo stato di attivazione del cervello quando si effettua una determinata esercitazione (di qualsiasi tipo); è estremamente importante che questa sia elevata ai fini dell’apprendimento, in particolar modo per le esercitazioni di tecnica analitica che rischiano di diventare noiose. Se si vedono i giocatori annoiati e distratti (in qualsiasi categoria), significa che quel determinato mezzo allenante non li stimola adeguatamente.
Utilizzando il metodo deduttivo per risolvere le situazioni di natura tecnica e tattica, viene maggiormente stimolata l’attenzione facilitando l’apprendimento; questo avviene anche se i giocatori sono stimolati con sfide di precisione, a punteggi e quando si propongono esercitazioni tecniche di elevata difficoltà.
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Autore dell’articolo: Melli Luca, istruttore Scuola Calcio e preparatore atletico MT 1960 (melsh76@libero.it) ed Istruttore di Atletica leggera GS Toccalmatto.
(aggiornato al 16/12/2025)
Scrissi il mio primo articolo su questo argomento più di 13 anni fa, sperando di identificare, in linee guida chiare, come allenare la tecnica in relazione alle categorie d’età; il tutto al fine di facilitare l’apprendimento di questi fondamentali in funzione dello sviluppo del giocatore.
Dopo tanti anni di pratica e di approfondimenti (soprattutto nel ramo delle neuroscienze) mi sono accorto che quell’approccio era errato, in quanto partiva solamente dai presupposti dello sviluppo motorio del giocatore in relazione alla precisione dei gesti.
Infatti, la conoscenza attuale dei processi dell’apprendimento ci permette di formulare allenamenti più efficaci, eliminando la dicotomia metodologica tra tecnica e tattica.
In questo articolo vedremo un breve excursus delle conoscenze emerse in questi ultimi anni, per poi approfondire l’approccio metodologico ideale per allenare la guida della palla, il passaggio/ricezione ed il tiro in porta.
Il tutto verrà esposto senza avere la pretesa di dare la risposta definitiva all’allenamento tecnico, che ovviamente necessita ancora di ulteriori approfondimenti e nuove scoperte.
L’articolo è ovviamente rivolto a tecnici, istruttori, preparatori atletici, studenti di Scienze Motorie e a tutti gli appassionati di calcio interessati all’argomento.
Nel mio primo articolo (13 anni fa) pubblicai la tabella sotto; la compilai cercando di indicare quali elementi dei fondamentali del calcio fossero maggiormente allenanti nelle varie categorie d’età.
Presi spunto dalle le Fasi sensibili di Martin; per chi non le conoscesse, si tratta delle conclusioni dello studioso tedesco Martin, che nel 1982 stabilì quelle che erano le “fasi sensibili” delle varie Capacità Coordinative e Condizionali, cioè i “momenti” dello sviluppo nei quali queste sono più allenabili.
Ipotizzando l’interazione tra coordinazione e tecnica, ho così voluto organizzare la tabella sopra.
Solo per fare un esempio, tra i 12-13 anni (che coincide teoricamente con la pubertà) avevo “ridotto” l’allenabilità dei gesti di precisione, in quanto tutti sappiamo che l’aumento delle leve corporee e della forza tipica di questo momento della maturazione, possa ridurre temporaneamente la precisione dei gesti.
Non solo, avevo “sintonizzato” l’allenabilità di alcuni gesti come il “passaggio lungo” ed il “tiro da lontano” in concomitanza con l’incremento della forza e della potenza muscolare durante l’età evolutiva.
Infine, avevo introdotto per primi quei fondamentali (tiro e conduzione) che maggiormente vanno incontro all’egocentrismo delle prime fasce d’età.
Malgrado i prerequisiti indicati sopra non siano completamente errati, non rappresentano un quadro completo di quelli che sono i reali presupposti dell’allenamento della tecnica.
Infatti, malgrado il momento dello sviluppo psicofisico sia importante nel delineare le esercitazioni da effettuare, è assolutamente necessario considerare che l’allenamento della tecnica dipende anche:
Meno, attualmente, si conosce sull’influenza della coordinazione e della multilateralità sulla tecnica; sappiamo con maggiore certezza che un’esperienza più multilaterale (come fare più sport in età evolutiva) predispone a meno infortuni in età giovanile ed adulta (Sugimoto et al 2017, Rugg et al 2017).
Sappiamo anche che la specializzazione precoce porta ad una riduzione del massimo potenziale motorio dell’atleta in età adulta (Moesch et al 2011, Barth et al 2022, Post et al 2017).
In ogni modo, chi allena nelle scuole calcio ha ben presente come un giocatore tendenzialmente “più coordinato” apprende meglio i gesti tecnici; la difficoltà sta nel sapere quali stimoli allenanti siano necessari per migliorare il tipo di coordinazione che è alla base dell’apprendimento dei gesti tecnici.
In parole più semplici: “sono convinto che un calciatore più coordinato impari più facilmente la tecnica, ma come posso allenare proficuamente questo tipo di coordinazione?”
Nei prossimi capitoli andremo a vedere come le neuroscienze e la pedagogia si uniscono all’auxologia (scienza che si occupa dello studio della crescita di un individuo) per strutturare l’apprendimento della tecnica nel migliore dei modi…o per lo meno, quello che è il mio punto di vista.
Successivamente faremo alcuni esempi su come organizzare l’allenamento della guida della palla, della trasmissione/ricezione e del tiro in porta.
L’immagine sotto, presa da una pubblicazione di Claudio Albertini, sintetizza molto quello che oggi sappiamo sul movimento e i gesti sportivi.
Di fatto, si impara ad eseguire i gesti tecnici correttamente in partita se li si allena in un contesto di situazione il più simile possibile ad essa.
Per chi volesse approfondire ulteriormente, può leggere il nostro post dedicato a specificità e multilateralità nel calcio.
Questo non vale solamente per la precisione dei gesti, ma anche per la velocità con la quale vengono effettuati; infatti, la stabilità (o elasticità) richiesta da movimenti rapidi può richiedere l’intervento di strutture muscolari in maniera diversa rispetto allo stesso movimento svolto più lentamente (Bosch 2022).
Non a caso, una delle frasi che mi è maggiormente rimasta impressa in un webinar con Maurizio Viscidi è stata che il calciatore si allena proficuamente se “ragiona svelto e tocca tante volte la palla”. Questa frase riassume molto bene quale debba essere il contesto nel quale ci si allena, soprattutto nei settori giovanili, cioè quello di preferire situazioni di gioco (anche per allenare la tecnica) rispetto alle classiche esercitazioni per la tecnica.
Allora i lavori analitici per la tecnica vanno evitati?
Non del tutto!
È evidente che in caso di lacune evidenti o di gesti tecnici che in situazione si effettuano raramente, il lavoro analitico rimane comunque essenziale (M. Viscidi); questo perché la “situazione di gioco” non diventerebbe sufficientemente allenante nel caso in cui sia necessario ripetere più volte un determinato gesto per dare all’organismo la possibilità di “conoscerlo meglio”.
Ad esempio, in un contesto di scuola calcio, la guida della palla con il piede forte è inutile allenarla in maniera analitica, in quanto viene già stimolata in maniera specifica nelle situazioni (partite, mini-partite, 1c1, giochi a tema, ecc.). Nei primissimi anni, sono molto più efficaci quei giochi (il gioco delle casacche, il gioco dei postini, apro-chiudo le porte, ecc.) in cui quasi ogni giocatore ha la palla, ma ci sono anche difensori/ragni/stregoni che cercano di portargliela via.
Stessa cosa vale per la trasmissione/ricezione di palla rasoterra in un settore giovanile; essendo un gesto molto frequente, si allena meglio in situazioni di gioco con pochi giocatori piuttosto che con la tecnica analitica.
Nell’immagine sotto vedete quelli che sono a mio parere i gesti che invece hanno maggiore necessità di lavoro analitico, oltre che di integrazione in esercitazioni situazionali specifiche; come potete intuire, molte di queste ricorrono in situazioni simili.
L’errore da non fare, è il creare in allenamento situazioni di gioco con troppi giocatori, che riducono il numero di volte nei quali il giocatore va a contatto con la palla, riducendo lo stimolo di natura tecnica (e non solo).
Non a caso, Horst Wein (uno dei formatori con più autorevolezza in materia) suggerisce di dare la priorità a mini-partite 3vs3 fino ai 9 anni, ma propone anche esercitazioni analitiche orientate a colmare le lacune di natura tecnica che emergono in queste situazioni.
Ma facciamo ora l’esempio di un gesto tecnico complesso che in partita si verifica meno spesso come il tiro al volo o in acrobazia. Abbiamo visto in un vecchio post come le capacità realizzative siano estremamente importanti, a tal punto che (in alcuni studi) è stato visto come queste caratterizzano principalmente l’esito di un campionato.
Il primo fondamentale per migliorare la tecnica del tiro al volo (o del gol in acrobazia) è la capacità di leggere le traiettorie della palla; senza questo fondamentale (di tipo coordinativo) non è possibile colpire correttamente la palla. Esercitazioni analitiche in cui si effettuano lanci e stop orientati della palla (meglio se in corsa) come questa sono sicuramente le strutture esercitative più adatte a questo scopo; queste possono essere introdotte anche nel riscaldamento.
Una volta migliorata l’abilità di leggere le traiettorie in movimento, si possono inserire esercitazioni di natura situazionali (vedi immagine sotto) organizzate in maniera tale da creare situazioni frequenti in cui il calciatore è servito in area da palloni alti provenienti lateralmente.
Questo tipo di partite a tema serve proprio per rendere più frequente questo gesto grazie alla possibilità delle “sponde” di giocare e crossare indisturbate. Riporto sotto le ipotetiche regole di base di questa esercitazione, per ricreare queste condizioni “facilitate”.
Ovviamente sta alla sensibilità dello staff intuire quali variabili utilizzare in base alle caratteristiche della squadra.
Ma per rendere ancor più realistica l’esercitazione, è necessario successivamente ampliare gli spazi di gioco ed aumentare il ritmo partita. Nell’immagine sotto è possibile vedere un esempio.
In quest’ultimo contesto, sono inserite diverse regole (vedi sotto) per incrementare il ritmo partita (ed i tratti ad alta velocità) malgrado gli spazi utilizzati non siano elevati (circa 160 m² per giocatore). Questo permette, allo stesso tempo, di coinvolgere più giocatori rispetto ad una situazione con spazi maggiori.
La regola principale prevede di poter passare la palla ad un giocatore che esce a fare la sponda dopo che la propria squadra ha fatto 5-7 passaggi. Il fatto di utilizzare “sponde dinamiche” (cioè esce il giocatore che in quel momento è più vicino al lato del campo) fa mantenere a tutti un ritmo elevato.
I jolly (che non sono comunque necessari) aiutano a facilitare la costruzione del gioco incrementando la probabilità di finalizzazioni.
Anche in questi casi, le varianti da adottare dipendono dalle caratteristiche del gruppo.
Lo step successivo potrebbe essere quello della “partita libera” su uno spazio tra i 180-280 m² per giocatore (a seconda delle annate, categorie e livello d’allenamento) con gol che vale triplo se effettuato dopo cross da fuori area.
Un gesto tecnico è appreso tanto più riesco a renderlo efficiente in diverse condizioni di gioco!
Per fare questo è necessario che l’esperienza allenante tenga in considerazione di un’elevata variabilità (cioè riprende il gesto in condizioni diverse), densità (la possibilità di ripeterlo tante volte) e situazionalità (in condizioni simili a quelle di gara)…molti semplificano questo concetto con la frase “ripetere senza ripetere”.
Da qui è possibile comprendere come non esista dicotomia tra tecnica e tattica, ma entrambe queste qualità sono allenate insieme.
Solo in presenza di lacune è consigliabile l’utilizzo di metodi analitici per far conoscere al giocatore il movimento del gesto tecnico; ma “far conoscere” non significa saperlo applicare in contesti di partita fino a quando non verrà riproposto più volte in situazione (vedi progressione esecutiva dell’esempio sopra).
Prima di passare all’aspetto pedagogico, citiamo 2 termini molto usati nel calcio odierno, cioè “complessità” (detta anche “variabilità“) e “vincolo”. Queste rappresentano i punti chiave dell’Apprendimento ecologico.
Per complessità si intendono le caratteristiche del gioco del calcio, sempre variabili; il calciatore dovrà quindi essere in grado di effettuare scelte tecnico-tattiche per gestire la complessità nella quale si trova, al fine di raggiungere i propri obiettivi in partita. Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio il libro di Stefano Zerbato e Mattia Rizzo, Calcio e principi. Allenare la complessità del gioco nell’attività di base.
I vincoli invece, non sono altro che quelle caratteristiche dell’esercitazione che la rendono di impegno tale, da indirizzare un apprendimento di natura tattica o tecnica specifica; ad esempio, se in una partita a tema utilizzo il vincolo massimo 3 tocchi, allenerò principalmente la trasmissione/ricezione della palla, la “visione di gioco” ed il gioco collettivo. Se invece utilizzo il vincolo “minimo 3 tocchi” (cioè posso passare la palla o tirare dopo averla toccata almeno 3 volte) faciliterò maggiormente l’apprendimento del controllo/protezione della palla e abilità nell’1c1.
I vincoli permettono quindi di direzionare l’apprendimento verso i fondamentali tecnici e tattici desiderati, ampliando le potenzialità del giocatore.
Secondo Marcus di Bernardo, i vincoli potenziano la creatività del giocatore stimolandolo a trovare soluzioni tecnico-tattiche ai limiti imposti nelle modalità esercitative.
Ovviamente la didattica deve prevedere inizialmente facilitazioni nelle situazioni (in presenza di contesti tecnico-tattici nuovi o particolarmente impegnativi) per poi incrementare gradualmente la complessità anche grazie ai vincoli; è quello che abbiamo visto nell’esempio sopra della realizzazione della didattica del tiro al volo o in acrobazia.
L’importante è il mantenere il più possibile il processo dell’intenzione (cioè effettuo un gesto tecnico per raggiungere quell’obiettivo di gioco…e non fine a se stesso) in un contesto di complessità.
Il secondo punto, forse spesso trascurato è l’aspetto pedagogico; questo dipende da:
“Gli allenatori bravi parlano poco”
È una frase detta da Maurizio Viscidi, confermata anche dagli studi sulle neuroscienze di cui trovate un approfondimento in questo bellissimo webinar di Aiace Rusciano.
Questo non significa che l’allenatore deve rimanere forzatamente defilato, ma che si impara soprattutto per esperienza diretta.
Un allenatore troppo pressante rischia di creare un ambiente di nervosismo e scarsa serenità; se si percepisce la presenza di un clima troppo nervoso e poco sereno, è segno che bisogna cambiare qualcosa nella propria gestione emotiva. A tal proposito, consiglio un libro estremamente utile, cioè Intelligenza Emotiva di Daniel Goleman.
Sempre nel webinar di Aiace Rusciano emerge come un atleta sia in grado di dare il massimo quando le onde celebrali sono sintonizzate con frequenza cardiaca e respiratoria; è quindi necessario conoscere l’ambiente che facilita la realizzazione di queste condizioni.
Mi permetto di fare un esempio banale; se mi accorgo di allenare un gruppo di calciatori che litiga spesso, probabilmente l’ambiente che si verrà a creare renderà molto difficoltoso l’apprendimento (e la performance) perché le situazioni fisiologiche (ormonali e nervose) che si troveranno a dover gestire non faciliteranno questo processo.
In un contesto del genere sarebbe quindi poco producente dare la priorità all’apprendimento delle abilità calcistiche, ma sarebbe invece più efficace insegnare loro a “divertirsi giocando a calcio”; sarebbe quindi necessario far apprendere le regole dell’autogestione nelle esercitazioni/giochi effettuati e l’autoarbitraggio nelle partitelle.
Inoltre, i feedback positivi dovrebbero essere orientati prevalentemente verso i comportamenti di correttezza ed altruistici tra compagni, rinforzando questo tipo di atteggiamenti e riducendo la tensione del groppo.
In questo modo si verrebbe ad instaurare un ambiente che nel proseguo della stagione permetterebbe di focalizzare la didattica sulle componenti calcistiche, massimizzando l’apprendimento di queste abilità.
Questo esempio aiuta a capire come considerare la pedagogia dell’apprendimento!
Ma entriamo maggiormente nello specifico e vediamo quali sono gli elementi dell’ambiente che facilitano l’apprendimento.
La motivazione è sicuramente la molla principale che lo favorisce, ma è importante comprendere quali condizioni la stimolino maggiormente.
Sicuramente gli stati emotivi sono le variabili fondamentali, infatti, possiamo dire banalmente che impariamo più facilmente le cose che ci interessano di più.
“Tutto ciò che si apprende con gioia rimane per sempre” (Giovanni Garofalo).
Questo avviene perché alcuni ormoni e neurotrasmettitori favoriscono i processi di apprendimento; ad esempio, la dopamina viene rilasciata in seguito a stimoli piacevoli ed in presenza di stress non eccessivo. Altro esempio è rappresentato dalle catecolamine (adrenalina e noradrenalina); queste sono rilasciate in situazioni di alta energia, come attività di gioco intenso, facilitando i processi di apprendimento; questo è anche uno dei motivi per cui gli stimoli tecnici devono essere allenati in un contesto di gioco il più possibile simile alla partita per facilitarne al massimo l’apprendimento.
In sostanza, l’ambiente dell’allenamento dovrebbe essere prima di tutto sereno (poco stressante), ma allo stesso tempo dare la possibilità ai giocatori di dar libero sfogo alla propria energia; per la scuola calcio, il gioco rappresenta la forma di attività principale perché ha insita in sé tutte le dinamiche che servono per crescere (divertimento, impegno, cooperazione, accettazione della sconfitta, elaborazione strategie, creatività, ecc.) e va incontro alle necessità dei giovani di esprimersi.
Ma l’importanza di un ambiente sereno e motivante trova le sue fondamenta anche nello sviluppo a lungo termine del giocatore; infatti, malgrado non sia attualmente possibile stabilire precocemente chi diventerà un campione (leggi questo approfondimento) oggi sappiamo che alcune delle differenze principali tra gli atleti d’elitè e gli altri sia il maggior controllo emozionale, tempi di attenzione più lunga, migliore memoria ed un miglior problem solving (Di Bernardo).
Queste sono tutte abilità che si strutturano nelle prime fasi evolutive, in concomitanza con la scuola calcio; è quindi evidente come la gestione emotiva del gruppo giochi un ruolo essenziale nell’apprendimento della tecnica, ma anche nella possibilità che il giocatore realizzi il proprio talento (qualsiasi esso sia).
Per chi volesse approfondire, consiglio il libro di Juan Carlos Mogni (Un mondo di giochi)
Altro aspetto importante è il come viene affrontato l’errore; spesso viene considerato come un parziale fallimento, mentre invece dovrebbe essere visto come una ricchezza che permette di acquisire consapevolezza e capacità di risolvere situazioni (sia da parte dei giocatori che dello staff). È quindi una fase importante dell’apprendimento, ma è importante capire come gestirlo dal punto di vista didattico, cioè facendone comprendere il motivo ma in maniera tale che non insorga la paura di sbagliare limitando le esperienze di gioco.
“Tutto sbagliamo, l’importante è essere umili tanto da capire di aver sbagliato ed intelligenti per imparare dai propri sbagli” (Maurizio Battistini).
Appare quindi evidente come il feedback positivo abbia una maggior impronta positiva rispetto al “feedback negativo”.
È quindi importante non scoraggiare i tentativi di provare cose nuove da parte dei giocatori; questo ha un’impronta importante sulla loro autostima affinchè si sentano sicuri e sereni di uscire dalla zona di comfort per affrontarla nel migliore dei modi.
Volendo approfondire ancor di più l’argomento, possiamo arrivare anche al concetto di didattica metacognitiva, cioè quel processo didattico che insegna all’atleta a riflettere sui propri percorsi cognitivi e diventare più consapevoli della propria gestione emotiva e dei processi dell’apprendimento (Iriarte C.). Questo percorso collettivo di interazione tra compagni rappresenta il punto più alto della possibile gestione di un gruppo, che porta all’eccellenza tecnica e tattica (in relazione alle possibilità del gruppo).
In parole povere si tratta di un ambiente in cui i giocatori riescono ad apprendere un numero elevato di nozioni interagendo tra loro, e non solo dall’allenatore.
Questo infatti, permette di disperdere meno energie nervose in situazioni inutili, grazie ad una maggiore condivisione dei valori.
Malgrado sia un dato di fatto che un giocatore coordinato apprenda più facilmente la tecnica, attualmente non si conosce con precisione quali attività siano ideali per migliorare la coordinazione del calciatore.
Le poche certezze sono che:
Non a caso, secondo Horst Wein, i bambini di 5-6 anni dovrebbero praticare attività multilaterali al fine di migliorare la coordinazione ed imparare a gestire l’emotività e l’ambientamento sociale. Solo dai 7 anni dovrebbero entrare nella scuola calcio. Se condivido pienamente questi concetti, sono comunque convinto che si debba continuare a lavorare sulla multilateralità (che abbiamo visto essere la base della coordinazione) per tutta la scuola calcio ed oltre, con mezzi allenanti ovviamente adeguati alle categorie d’età.
Questo tipo di esercitazioni (che sostanzialmente sono le attività ludiche di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo) non rappresentano solamente le basi della Physical Literacy, ma contribuiscono allo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale…ed abbiamo visto quanto queste siano importanti per l’intero sviluppo del calciatore.
Ad esempio, giochi come il gioco del lupo o il gioco delle casacche (ne vedremo altri nella seconda parte), nei primi anni della scuola calcio, generano entusiasmo, motivazione ed energia a tal punto da favorire veramente la crescita coordinativa.
Ma, come accennato sopra, la scelta delle giuste attività deve partire dalla conoscenza neurofisiologica delle interazioni tra la coordinazione e la tecnica, la tattica e la parte atletica…e probabilmente questa è la parte più difficile, anche perché in bibliografia internazionale non emergono ancora conclusioni dettagliate.
Personalmente, per facilitarmi la didattica, ho suddiviso le capacità coordinative in 3 grandi famiglie, in maniera tale da avere un approccio metodologico più chiaro e sfruttare al meglio il tempo a disposizione.
Di fatto, ho evidenziato come le attività multilaterali influenzassero il senso del movimento (cioè la precisione dei gesti tecnici), l’agilità con la quale il giocatore si muove in campo ed il senso del gioco (cioè le componenti cognitive che aiutano ad effettuare le scelte di gioco nella maniera più efficace). Trovate un approfondimento dettagliato leggendo il nostro articolo dedicato alla coordinazione nel calcio.
Ovviamente ogni attività non influenzerà solamente i 3 gruppi di capacità coordinative indicate sopra (in misura ovviamente diversa), ma anche la crescita emotiva, cognitiva e sociale.
Sommariamente possiamo affermare che lo sviluppo della coordinazione dipende anche dall’età.
Conoscere come varia l’allenabilità della coordinazione in relazione all’età aiuta a comprendere quali saranno le tappe calcistiche nelle quali il giocatore si potrà trovare in maggiore difficoltà anche nell’apprendere la tecnica calcistica (visti i legami tra tecnica e coordinazione), che solitamente sono i primi anni della scuola calcio e la categoria Giovanissimi.
In questo articolo abbiamo visto come i processi di maturazione influenzino in minima parte l’allenabilità della tecnica; è fondamentale invece conoscere come la contestualità (intenzione, situazione, velocità, ecc.) determini la facilità ad apprendere i gesti tipici della disciplina.
Allo stesso tempo è anche importante intuire quale tipo di gesti tecnici sono meno stimolati in situazione per strutturare progressioni didattiche (dall’analitico alla situazione) in grado di apprenderli nel migliore dei modi.
Ma la metodologia non è sufficiente se non si crea un ambiente che favorisce la motivazione, la collaborazione e la corretta gestione emotiva (da parte di tutti); tutti questi elementi rientrano nell’ambito pedagogico della didattica.
Infine, anche i processi legati alla maturazione hanno un peso nell’apprendimento della tecnica (non si può chiedere un “cambio di campo” quando ancora non si ha la forza sufficiente per farlo), ma questa non è da vedere solamente come un aspetto legato allo sviluppo fisico, ma anche cognitivo.
Nel prossimo post vedremo degli esempi molto più chiari legati all’allenamento della guida della palla, alla trasmissione/ricezione ed al tiro.
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Autore dell’articolo: Melli Luca, istruttore Scuola Calcio e preparatore atletico A.S.D. MT1960 (melsh76@libero.it) ed Istruttore di Atletica leggera GS Toccalmatto.