Tiro in porta e preparazione atletica (seconda parte)

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Nel precedente post, abbiamo approfondito come la precisione e la potenza data alla palla durante un tiro è intimamente legato, nella fase puberale e pre-puberale di un calciatore, al livello di maturazione. Per calciatori maturi (lo abbiamo fatto notare confrontando dilettanti e professionisti) invece, i livelli di forza muscolare specifica delle catene muscolari responsabili di quel movimento rappresentano il fattore limitante (dal punto di vista atletico) più importante.

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Partiamo da un semplice esempio: prendiamo 2 giocatori dotati di diversa forza specifica nell’atto del calciare. Semplifichiamo dicendo che il giocatore A abbia una forza (sempre intesa come forza specifica della catena muscolare responsabile del tiro) di 100, mentre il giocatore B una forza di 70. Mettiamo che per riuscire ad eseguire un tiro efficace (cioè in grado di segnare al portiere da fuoriarea) serva un livello di forza pari a 70. In questo caso, il giocatore A effettuerà il fondamentale reclutando il 70% della sua forza massima, mentre il giocatore B dovrà utilizzare il 100% di tale risorsa. A pari livello tecnico, chi sarà più preciso (e quindi riuscirà a mirare con più precisione i punti “scoperti” della porta) dei 2? Ovviamente il giocatore A, in quanto dovrà utilizzare solamente il 70% della forza massima, tenendo in considerazione che

più si è costretti ad utilizzare una percentuale elevata della propria risorsa di forza specifica, e meno si riesce a modulare velocità e precisione nel movimento!

Questo è un aspetto estremamente importante nella preparazione atletica, spesso trascurato; ovviamente è da ricordarsi che sono i livelli di forza delle catene muscolari specifiche a determinare questo aspetto e non la forza dei singoli muscoli. In altre parole, è  il “collettivo” (cioè come vengono organizzate le risorse specifiche dal sistema neuromuscolare) a fare la differenza e non la somma della forza dei singoli muscoli.

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INTENSITA’ DEL MOVIMENTO E TIRO IN PORTA

Nella pubblicazione di Dorge (vedi sotto in Bibliografia) è stato visto che la velocità con la quale viene calciata la palla, dipende:

  • Dalla velocità con la quale il piede impatta sulla palla
  • Dal coefficiente di restituzione del complesso piede-caviglia (cioè dalla rigidità della caviglia e della parte del piede che impatta sulla palla).

Del complesso piede-caviglia ne abbiamo parlato nel post precedente (in quanto fattore limitante durante la fase pre-puberale e puberale); la velocità con la quale il piede colpisce la palla invece dipende dalla forza della catena muscolare di cui abbiamo parlato sopra. Sarebbe comunque un errore ipotizzare che solo i muscoli estensori del ginocchio (in primis il quadricipite) e i flessori dell’anca (in primis l’ileo-psoas) siano protagonisti di questa catena cinetica, trascurando i posteriori della coscia (cioè gli ischio-crurali).

È infatti da ricordare che il funzionamento biomeccanico del gesto sportivo è molto complesso e tiene in considerazione dell’integrità delle strutture articolari e scheletriche. Gli ischio-crurali lavorano, nella fase finale del calcio al pallone, con unazione frenante per evitare che l’azione del quadricipite comprometta l’integrità dell’articolazione del ginocchio a causa di un’estensione della gamba troppo violenta. In altre parole, se gli ischio-crurali sono deboli, l’estensione della gamba (che determina  la velocità del calcio al pallone) sarebbe interrotta precocemente per consentire la frenata in tempo utile; viceversa, ischio-crurali forti consentono di ottenere una maggior velocità nel calcio al pallone in quanto sono in grado di frenare l’azione del quadricipite anche nell’ultima fase del movimento, garantendo una completa estensione dell’arto calciante. Questa è un’ulteriore dimostrazione di come, quando si lavora sulla muscolatura, è necessario tenere in considerazione tutti i parametri biomeccanici del movimento. 
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Una conseguenza molto pratica di questo concetto è data dallo stiramento dei muscoli posteriori durante il calcio al pallone; uno dei movimenti più tipici che generano questo tipo di lesione (cioè lo stiramento ai posteriori della coscia), è proprio questo. Non a caso, anche quando si hanno delle lievi contratture ai posteriori, è proprio il movimento del “calciare” che da primariamente “fastidio” alla zona interessata. Tutte queste considerazioni porterebbero ad ipotizzare come questi muscoli possano essere considerati il “collo di bottiglia” che limita l’intensità (e di conseguenza anche la precisione) del tiro in porta; ma in un’attività sportiva aciclica e di situazione come il calcio è da considerare il “movimento” e non i singoli muscoli.

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CONCLUSIONI ED APPLICAZIONI PRATICHE

Durante il calcio al pallone, i muscoli posteriori della coscia lavorano in contrazione eccentrica per frenare (possibilmente il più tardi possibile) il movimento di estensione della gamba. Dinamicamente parlando, all’interno della catena, devono avere elevati livelli di forza eccentrica, cioè di “essere forti mentre si allungano velocemente”. Il fatto che in diverse ricerche è stato visto che tra dilettanti e professionisti esistono differenze significative di forza eccentrica di questi muscoli, potrebbe portare a pensare che rinforzando questi muscoli si riesca a colmare il gap in questo tipo di fondamentale (tra dilettanti e professionisti). Ovviamente questa è utopia, perché le variabili che influenzano questo fondamentale sono diverse: dall’elemento tecnico-coordinativo in sé, alla capacità di combinare diversi fondamentali (guida e tiro, ricezione e tiro, elementi acrobatici, ecc.)  e alla capacità di effettuarli in regime di velocità e fatica. Spero, in ogni modo, che questo post possa aiutare ad accrescere la competenza di natura biomeccanica e neuromuscolare dei movimenti, per dare ai preparatori ulteriori spunti metodologici.

Approfondimenti bibliografici

Autore dell’articolo: Melli Luca, preparatore atletico US Povigliese (melsh76@libero.it)

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