Slovenia: allenatori stranieri, no grazie.


A 15 anni dalla sentenza Bosman, l’attuale vincolo alla libera circolazione degli allenatori in Slovenia è la lingua!

Nell’anno di grazia 2010 l’Europa ufficialmente è unita, per lo più sulla carta. Gli europei un po’ meno, almeno a giudicare da alcune incoerenti ed anacronistiche barriere divisorie. Capita infatti che un allenatore di calcio italiano, in possesso della licenza tecnica Uefa B, trovi una collocazione con reciproca soddisfazione, presso il settore giovanile del FC Koper, società sportiva professionistica di Capodistria, città slovena a soli 10 Km dal confine con l’Italia.

La domanda di tesseramento, inoltrata dal club alla propria federazione, viene cassata. La motivazione? L’allenatore italiano non è in possesso di un diploma di lingua slovena di livello medio rilasciato da una competente struttura slovena. E’ solo l’inizio di una spiacevole e grottesca partita che vede quali sordi interlocutori la federazione calcio ed il ministero dello sport della Slovenia.

Infatti, se da un lato la federazione sportiva ha posto tra le norme relative agli allenatori il divieto di tesseramento per gli stranieri privi di tale requisito, dall’altro il ministero dello sport ne sconfessa l’obbligatorietà, ammettendo che il requisito della lingua è solamente preferibile. Questo, in virtù di una legge dello Stato sloveno del 1998, che permette di lavorare nell’area sportiva in Slovenia alle stesse condizioni presenti nel paese di provenienza del cittadino straniero. Ed il settore tecnico della Federcalcio italiana, stato confinante ed appartenente all’Unione Europea, non richiede agli allenatori di calcio stranieri, per poter essere tesserati nei club italiani, il possesso di un diploma di lingua italiana rilasciato in Italia.

Figuriamoci poi di livello medio. Inoltre, come ammesso dallo stesso ministero dello sport sloveno, che preferisce non intervenire presso la federazione sportiva quale entità di diritto civile e privato, i rapporti di collaborazione possono essere trattati autonomamente, nei requisiti, tra il club interessato e l’allenatore anche straniero da questo selezionato. Anche la federazione sportiva calcio della Croazia, Stato confinante con la Slovenia ma non appartenente ancora all’Unione Europea, è allineata su questi principi.

Nell’ambito dei pareri espressi dagli uffici della Comunità Europea, alla quale la Slovenia appartiene dal 2004, la richiesta di conoscenza del livello medio della lingua, è esagerata:i requisiti linguistici non devono cioè superare quanto oggettivamente necessario per l’esercizio della professione in questione.

Ed ora il grottesco della vicenda. L’allenatore italiano, di cui il FC Koper richiedeva il tesseramento, avrebbe allenato a Capodistria, città della Slovenia dove, per legge, ufficialmente c’è il bilinguismo: la lingua italiana è insegnata e parlata, come seconda lingua ufficiale, anche in virtù di una forte comunità di minoranza di lingua italiana. A questo, si aggiunga, che il mister era comunque in possesso di un diploma di lingua slovena per stranieri, rilasciato dall’Università Popolare di Koper, dopo averne frequentato un regolare corso e sostenuto con successo i relativi esami. Questo, oltre ad un’ottima conoscenza della lingua inglese, parlata anche dalla maggior parte dei ragazzi del club insieme alla lingua italiana.

Ora, non vi è nulla di sbagliato che, per insegnare, soprattutto ai giovani, educazione, tecnica e in generale seguirne la crescita, sia richiesta la conoscenza della lingua del paese ospitante. E’ sicuramente logico e preferibile. Fa parte della formazione della coscienza e della conoscenza, propria e altrui. Rientra nell’umiltà e nella curiosità dell’insegnante, prescindendo da qualsiasi obbligo che, a questo punto, può essere solo morale.

Profondamente discriminante è porlo piuttosto come requisito necessario ed anzi ostativo, specie aumentandone assurdamente il livello e la certificazione della conoscenza. Protezionismo, proibizionismo, nazionalismo sono vocaboli che nulla hanno a che fare con lo sport e che pongono inesorabili barriere divisorie.

Sport che, soprattutto, è competizione e libera concorrenza, anche nella cultura e nell’insegnamento da parte degli allenatori, persino quelli stranieri, a vantaggio degli utenti sportivi che possono sperimentare metodologie e culture diverse. Magari apprendendo o semplicemente migliorando, sul rettangolo di un campo di gioco, una lingua straniera che potrà ritornare utile nella vita. Così vicini, eppure ancora così lontani, potremmo dire…..

A 15 anni dalla sentenza Bosmann, l’attuale vincolo alla libera circolazione degli allenatori in Slovenia è la lingua.
Nell’anno di grazia 2010 l’Europa ufficialmente è unita, per lo più sulla carta. Gli europei un po’ meno, almeno a giudicare da alcune incoerenti ed anacronistiche barriere divisorie. Capita infatti che un allenatore di calcio italiano, in possesso della licenza tecnica Uefa B, trovi una collocazione con reciproca soddisfazione, presso il settore giovanile del FC Koper, società sportiva professionistica di Capodistria, città slovena a soli 10 Km dal confine con l’Italia. La domanda di tesseramento, inoltrata dal club alla propria federazione, viene cassata. La motivazione? L’allenatore italiano non è in possesso di un diploma di lingua slovena di livello medio rilasciato da una competente struttura slovena. E’ solo l’inizio di una spiacevole e grottesca partita che vede quali sordi interlocutori la federazione calcio ed il ministero dello sport della Slovenia. Infatti, se da un lato la federazione sportiva ha posto tra le norme relative agli allenatori il divieto di tesseramento per gli stranieri privi di tale requisito, dall’altro il ministero dello sport ne sconfessa l’obbligatorietà, ammettendo che il requisito della lingua è solamente preferibile. Questo, in virtù di una legge dello Stato sloveno del 1998, che permette di lavorare nell’area sportiva in Slovenia alle stesse condizioni presenti nel paese di provenienza del cittadino straniero. Ed il settore tecnico della Federcalcio italiana, stato confinante ed appartenente all’Unione Europea, non richiede agli allenatori di calcio stranieri, per poter essere tesserati nei club italiani, il possesso di un diploma di lingua italiana rilasciato in Italia. Figuriamoci poi di livello medio. Inoltre, come ammesso dallo stesso ministero dello sport sloveno, che preferisce non intervenire presso la federazione sportiva quale entità di diritto civile e privato, i rapporti di collaborazione possono essere trattati autonomamente, nei requisiti, tra il club interessato e l’allenatore anche straniero da questo selezionato. Anche la federazione sportiva calcio della Croazia, Stato confinante con la Slovenia ma non appartenente ancora all’Unione Europea, è allineata su questi principi. Nell’ambito dei pareri espressi dagli uffici della Comunità Europea, alla quale la Slovenia appartiene dal 2004, la richiesta di conoscenza del livello medio della lingua, è esagerata:i requisiti linguistici non devono cioè superare quanto oggettivamente necessario per l’esercizio della professione in questione. Ed ora il grottesco della vicenda. L’allenatore italiano, di cui il FC Koper richiedeva il tesseramento, avrebbe allenato a Capodistria, città della Slovenia dove, per legge, ufficialmente c’è il bilinguismo: la lingua italiana è insegnata e parlata, come seconda lingua ufficiale, anche in virtù di una forte comunità di minoranza di lingua italiana. A questo, si aggiunga, che il mister era comunque in possesso di un diploma di lingua slovena per stranieri, rilasciato dall’Università Popolare di Koper, dopo averne frequentato un regolare corso e sostenuto con successo i relativi esami. Questo, oltre ad un’ottima conoscenza della lingua inglese, parlata anche dalla maggior parte dei ragazzi del club insieme alla lingua italiana. Ora, non vi è nulla di sbagliato che, per insegnare, soprattutto ai giovani, educazione, tecnica e in generale seguirne la crescita, sia richiesta la conoscenza della lingua del paese ospitante. E’ sicuramente logico e preferibile. Fa parte della formazione della coscienza e della conoscenza, propria e altrui. Rientra nell’umiltà e nella curiosità dell’insegnante, prescindendo da qualsiasi obbligo che, a questo punto, può essere solo morale. Profondamente discriminante è porlo piuttosto come requisito necessario ed anzi ostativo, specie aumentandone assurdamente il livello e la certificazione della conoscenza. Protezionismo, proibizionismo, nazionalismo sono vocaboli che nulla hanno a che fare con lo sport e che pongono inesorabili barriere divisorie. Sport che, soprattutto, è competizione e libera concorrenza, anche nella cultura e nell’insegnamento da parte degli allenatori, persino quelli stranieri, a vantaggio degli utenti sportivi che possono sperimentare metodologie e culture diverse. Magari apprendendo o semplicemente migliorando, sul rettangolo di un campo di gioco, una lingua straniera che potrà ritornare utile nella vita. Così vicini, eppure ancora così lontani, potremmo dire…..

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