Il triangolo genitori-figli-allenatore nel settore giovanile

Questo è un articolo che ho già proposto ai tempi di una mia stagione alla corte di una squadra di un settore giovanile professionistico. Lo voglio riproporre in quanto proprio ieri, assistendo ad un incontro della categoria “Giovanissimi”, ho scoperto che il problema è sempre lo stesso, se non più rilevante!

Si dice con un po’ di sarcasmo che la squadra ideale da allenare è quella di “orfani”; beh., dopo ciò che ho visto ieri, ma soprattutto dopo ciò che ho udito, la battuta calza a pennello!!!

Claudio Damiani – Allenatore di Base

Tema quanto mai discusso, il triangolo genitore-figlio-allenatore nel mondo dello sport giovanile (ma non solo), è di rilevanza storica e attuale.

Il calcio è uno sport di squadra e come tutti gli sport di squadra si fonda su un gruppo di atleti-giocatori, diretti da uno o più tecnici.

Perché un gruppo sia sano è necessario che si basi su delle regole che da tutti devono essere rispettate.

In questi anni di militanza nel settore mi sono accorto di ragazzi (anche bravi), che hanno vissuto sin dai primi passi calcistici la culla dei complimenti perpetui dei genitori, parenti e amici (a volte anche di qualche dirigente), vivendo idolatrati all’inverosimile.

Il risultato?

La totale convinzione del bambino, poi ragazzo, di essere “invincibile”, di avere mezzi tecnici che lo possono proiettare molto presto nel calcio che conta: basta aspettare, perché prima o poi il futuro già disegnato si tramuterà in realtà.

Una situazione pericolosa  che a volte porta la giovane psiche del ragazzo a dimenticare che per raggiungere il traguardo ci vuole lo sforzo, la fatica, il sacrificio: nessuno regala niente.

Il sentirsi superiore ai compagni ed essenziale per il gruppo costituisce un’errata e pericolosa impostazione della figura del ragazzo. Questo un allenatore lo sa.

Premetto senza dubbi che se la società si pone come obiettivi e la crescita dei ragazzi e il risultato sportivo,  alla domenica schiero in campo la migliore formazione che ho a disposizione.

E i ragazzi che non partono tra gli undici o tra i diciotto?

  1. Sono infortunati o malati;
  2. sono squalificati;
  3. hanno “saltato” il 60% delle sedute di allenamento (due su tre);
  4. nel corso della settimana hanno dimostrato poca attenzione, scarso interesse (questi atteggiamenti molti genitori non li vedono!);
  5. hanno mezzi tecnici o condizioni fisiche inferiori rispetto ai loro compagni (a volte non notano neanche questi importanti fattori).

Il problema sorge appunto quando, in relazione all’ultimo punto, un padre si convince o convince il figlio  del contrario.

Molti genitori vivono con il desiderio che i propri figli debbano a tutti i costi diventare quello che essi non sono mai diventati in gioventù.

Ho conosciuto ragazzi che soggiogati da queste convinzioni si trovano smarriti alla prima esclusione per scelta tecnica, persi, non trovando spiegazione alcuna e dannatisi l’anima per un po’ si trovano isolati e soprattutto mal consigliati, finendo  in moltissimi casi, con l’abbandonare l’attività sportiva con probabili sintomi di depressione.

Altri, più sportivamente “educati”, vivono il calcio serenamente per come deve essere vissuto; quando i genitori non mettono pressione al figlio, ovvero non gli fanno pesare la maglia dal numero dodici in su, anche il ragazzo saprà vivere la realtà dell’esclusione, la sostituzione nel modo in cui deve essere vissuta, ovvero con delusione ma non con rassegnazione, anzi.

In molti casi vengono scatenate delle polemiche tra genitori e società che non hanno motivo di nascere se non dalla rabbia di un padre o di una madre che non si capacitano del fatto che il  proprio erede palesa dei limiti rispetto ai compagni di squadra e per questo gioca di meno. (Attenzione: gioca di meno, non ho detto non gioca!).

E sono a dir poco inquietanti e ridicole le antipatie che si creano tra nuclei famigliari ai bordi del campo  dipendenti unicamente dal fatto che un ragazzo sia più titolare o meno rispetto ad un altro.

A volte, sembra paradossale, sono solo i genitori a “soffrire” la panchina del figlio, quando questi se ne sta tranquillamente seduto al fianco del mister a incitare i compagni vivendo lo sport come deve essere vissuto!

Senza voler fare di tutta l’erba un fascio  intendo affermare che vi sono anche ragazzini “educati” a saper vincere e perdere, a non esaltarsi per le vittorie, ma anche a non abbattersi per delle sconfitte, a “digerire” le esclusioni e a non sentirsi “onnipotente”.

E questo tipo di educazione a chi spetta, chi la deve impartire?

L’allenatore, coadiuvato dalla società, ha il compito di educare allo sport, a insegnare i comportamenti da assumere in virtù delle attività da svolgere in campo (allenamenti, gare, vittorie, sconfitte, ecc.); egli ha altresì l’obbligo di correggere eventuali poco consoni atteggiamenti che avvengono al di fuori del rettangolo di gioco: in trasferta, all’interno dello spogliatoio, nei mezzi pubblici ecc.

Per educazione sportiva s’intende il miglioramento psicologico, tecnico-tattico del giovane atleta, l’insegnamento della sconfitta, della vittoria, dell’esclusione, della sostituzione nonché  il rendere il gruppo consapevole che le regole sono uguali per tutti e le scelte le fa esclusivamente l’allenatore.

D’altra parte è messo lì per quello, e comunque, da quando il calcio è calcio l’allenatore è sempre stato a disposizione dei giocatori per uno o più eventuali dialoghi di chiarimento che, attenzione, non è detto debbano essere necessariamente di natura tecnico-tattica.

Bisogna però ricordare che la crescita di un ragazzo che vuole giocare a calcio o fare qualsiasi sport dipende in modo più che importante dall’educazione di base impartita dalle famiglie sin dal primo giorno di nascita del proprio figlio.

Concludo affermando che in una squadra di calcio, ogni domenica ci sono undici ragazzi contenti e sette ragazzi meno contenti; tra questi ultimi sette ce ne saranno sicuramente due o tre anche molto arrabbiati.

E’ normale: se non fosse così ci troveremmo a guidare delle squadre prive d’anima.

L’importante è prendere l’esclusione come motivo di rivalsa più che come motivo di resa e noi genitori questo abbiamo il dovere di insegnarlo!

4 Responses to Il triangolo genitori-figli-allenatore nel settore giovanile

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  2. Mauro Clerici scrive:

    Condivido pienamente tutto quello che e’ scritto nell’articolo.
    Nella mia esperienza seppur a basso livello amatoriale e summer camps in Italia e Scozia, ho dovuto fare sempre la stessa cosa: educare i figli (giocatori) al calcio e a fine allenamento educare i genitori a guardare il calcio! e comunque e’ piu difficile insegnare/cambiare certi atteggiamenti ad un adulto(genitore) che ad un ragazzino di 13 anni per il semplice fatto che l’adulto ha quelle idee pregresse che sono saldamente in mente che il ragazzino non ha o se le ha , sono flebili.

  3. luca scrive:

    Diciamo anche che ci sono situazioni che un allenatore non ha il coraggio di dichiarare . Un esempio : il vice allenatore ha il fratello in squadra ed è molto amico dell’allenatore . Risultato ? Il fratello è sempre in campo , mai sostituito , salta due allenamenti su tre e gioca lo stesso . Come si devono sentire gli altri ?
    Altro esempio : un giocatore dotato si presenta in campo senza aver dormito la notte . Perchè un allenatore non lo ritiene degno di subire una lezione di vita ? Perchè quello che conta è vincere , anche a livello dilettantistico . E gli altri giocatori che si impegnano e vanno a letto alle 10 ? Chi se ne frega .
    E’ tutto questo un esempio di lealtà sportiva o è solo un egoistico modo di fare l’allenatore ?

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