Calcio e denaro: le plusvalenze di gestione

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imageOrmai è quasi un lustro che il calcio italiano non è più competitivo nel resto d’Europa. Stadi vuoti e crisi economica hanno accentuato le difficoltà della compagini italiane in campo internazionale; ed il più delle volte si è dovuti ricorrere a cessioni sì dolorose, ma un toccasana per bilanci ormai da anni in rosso, producendo delle grandi plusvalenze. Per capire al meglio come e da quando le plusvalenze hanno cambiato il mondo del calcio partiamo dalla definizione.

La plusvalenza è un aumento di valore entro un determinato periodo di tempo di beni immobili (ad esempio abitazioni) e di valori mobiliari (ad esempio azioni). Tradotto in termini calcistici è la differenza tra il prezzo di acquisto e il prezzo di cessione di un calciatore.

Ad esempio acquistando oggi un giocatore a 5 milioni di euro e rivendendolo tra un anno a 10 milioni di euro si avrà una plusvalenza di 5 milioni di euro che vanno scritti nel bilancio della società come utile. Partendo dal presupposto che questo è sempre esistito nell’ambiente del calcio, è solo dalla seconda metà degli anni novanta che le plusvalenze iniziano a recitare un ruolo decisivo per i club. Se alle spese per gli ingaggi, il più delle volte elevatissimi, si aggiungono i normali costi di gestione e le elevatissime quote di ammortamento si arriva ad una situazione in cui le perdite superano abbondantemente i ricavi.

Mentre precedentemente le perdite si limitavano a pochi milioni delle allora lire, a cavallo tra i due secoli la forbice iniziava ad essere sempre più larga. E i conti in rosso determinano una sola conseguenza: il loro ripianamento, ovvero un versamento di denaro fresco che riporti il bilancio in parità. Ovviamente non tutti i proprietari delle società di calcio possono o vogliono sborsare ogni anno milioni di euro per coprire le perdite. Ed ecco arrivare le plusvalenze, quindi tramite la cessione di un giocatore ad una cifra superiore rispetto a quella di acquisto.

Esempio emblematico per far comprendere il tutto è la Lazio di Sergio Cagnotti. Il patron biancoceleste è stato capace di trasformare una squadra normale in uno dei club più prestigiosi d’Europa. Tutta la forza dei capitolini si basava sull’acquisto e la cessione di campioni. Bobo Vieri arrivò nell’estate del ’98 per 50 miliardi di lire e venne rivenduto dodici mesi più tardi per 90, con una plusvalenza di 40. Ma non fu il solo, 75 miliardi incassati per Crespo, 45 per Salas, 75 per Nedved alla Juventus.

La Lazio, inoltre, fu anche la prima società italiana ad essere quotata in Borsa, seguita da Roma e Juventus, e per una società quotata il bilancio è un punto fondamentale. I biancocelesti continuarono con la compravendita di fuoriclasse riuscendo a ottenere successi e trofei almeno fino alla crisi del gruppo Cirio che la portò ad un passo dal fallimento. Le Plusvalenze, quindi, sono un punto fondamentale del bilancio del club insieme agli sponsor e agli introiti provenienti dalla pay tv.

Ma ovviamente non è stata solo la Lazio ad avvalersi delle plusvalenze per salvare il bilancio, basta pensare all’Inter di 3 stagioni orsono con la cessione di Balotelli, frutto del settore giovanile, e al Napoli che grazie alle plusvalenze di Lavezzi (acquistato a 5,5 milioni e venduto a 30 dopo 5 stagioni) e alla plusvalenza di circa 50 mln per Cavani (acquisto a 16 milioni pagabili in 4 esercizi e vendita dopo 3 anni a 64 milioni) si sta distinguendo nel mercato odierno come l’unica società in europa di poter disporre una così consistente cifra da spendere sul mercato (124,5 milioni di euro a detta del suo presidente Aurelio De Laurentiis).

Che dire, con il Fair Play Finanziario alle porte, la parità del bilancio è una condizione necessaria per la partecipazione alle coppe e la plusvalenza continuerà ad assumere un ruolo di assoluta protagonista nelle sessioni di mercato.

Michele Rea

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