Atleti all’angolo: le difficoltà di fare sport per i ragazzi extracomunitari.

Africa

Sono sempre di più le difficoltà (per la maggior parte delle volte esclusivamente burocratiche), che trovano i ragazzi extracomunitari per poter giocare a calcio. Come molte società potranno testimoniare, le lunghissime pratiche di tesseramento e non solo, di fatto complicano la possibilità di giocare a pallone anche in una piccola società sportiva di periferia che partecipa a un campionato provinciale, magari di esordienti! Un situazione che ritroviamo in molte realtà sportive, dato che stiamo parlando di circa 30mila under 16 di origine straniera tesserati alla FIGC.

Per riflettere su questi aspetti (se volete potete raccontare nei commenti la vostra esperienza) ci facciamo aiutare dall’inchiesta di Ilaria Sesana che potete trovare sul mensile “Terre di Mezzo” di gennaio dal titolo “Atleti all’angolo Guardateli bene: alle Olimpiadi del 2012 non li vedrete. Per colpa di una carta che non c’è”.

Vi proponiamo la parte che riguarda il calcio, ma l’invito è sicuramente quello di allargare lo sguardo a trecentosessanta gradi e leggere tutta l’inchiesta che potete scaricare qui.
Calciatori nel pallone

Angelo, 16enne latinoamericano, vive vicino a Milano da quando aveva sette anni. Appassionato di calcio, un anno fa ha provato a tesserarsi con la squadra locale. Dopo la visita medica ha consegnato la documentazione: permesso di soggiorno, certificato di frequenza scolastica e residenza. In un secondo momento gli è stato domandato il permesso di soggiorno dei genitori, poi nuove carte in cui mamma e papà hanno dovuto documentare il loro “stato occupazionale” e il reddito. Infine l’ennesima richiesta: Angelo deve certificare di non essere mai stato iscritto a federazioni estere; in caso contrario deve ottenere il transfert, un documento emesso dagli organi sportivi del suo Paese d’origine che autorizzi il trasferimento. “La burocrazia del calcio sembra fatta apposta per rendere tutto più complicato, si teme sempre di avere a che fare con una possibile vittima di tratta calcistica –sottolinea Mauro Valeri-. Quella del transfert è una richiesta assurda: Angelo ha lasciato il suo Paese da piccolo”. Per prevenire lo sfruttamento di baby calciatori africani o latinoamericani da parte di procuratori senza scrupoli, si finisce quindi col penalizzare gli atleti di seconda generazione.

Analoghe difficoltà alla polisportiva dell’oratorio di Clusone (Bergamo). “Per tesserare un ragazzino della leva 1998-99 ho dovuto portare in federazione una cartelletta con 15 fogli”, spiega Alessio Franchina, uno dei giovani che anima le attività sportive. Per mettere in regola un ragazzo italiano, invece, sono sufficienti lo stato di famiglia, il certificato di nascita e quello di residenza. Basterebbe poco per rendere l’iter meno complicato. “Il Coni dovrebbe diramare delle linee guida valide per tutti gli sport -osserva Valeri-, equiparando ai coetanei italiani i nati in Italia e chi è arrivato entro i 10 anni”.

Ubong Abrham Bernard, 21enne piemontese di origine nigeriana, è uno degli attaccanti della “Nicese calcio”, società dilettantistica di Nizza Monferrato (Asti) che milita in Promozione. La sua squadra non ha potuto schierarlo nelle prime sette partite di campionato a causa di lungaggini burocratiche. “Per risolvere una pratica servono uno o due mesi di pazienza -spiega Elio Merlino, dirigente della Nicese-, senza contare le tante telefonate a Roma per evitare che finisca nel dimenticatoio”.

C’è chi invece si è rivolto alla magistratura. Shaib Idrissuou Biyao Kolou, rifugiato politico togolese, ha denunciato la Figc per discriminazione al tribunale di Lodi, perché gli negava il tesseramento. Il regolamento federale prevede, all’articolo 40, che il permesso di soggiorno debba essere valido “almeno fino al termine della stagione sportiva”. Norma necessaria per “tutelare (ancora una volta, ndr) i vivai nostrani”. Proprio in questa frase contenuta nella memoria difensiva degli avvocati della Figc, il giudice Federico Salmeri ha trovato la prova della discriminazione ai danni di Shaib, e ha sottolineato come i limiti posti ai giocatori extracomunitari rendano più difficile il loro processo di integrazione.

Un comportamento ancor più grave se riguarda adolescenti che “scoprono e subiscono questa differenza rispetto a coetanei e amici con i quali fino ad allora avevano condiviso numerose esperienze” si legge nella sentenza. Ai mondiali sudafricani per la nazionale tedesca sono scesi in campo calciatori di origine turca, ghanese, nigeriana, polacca, brasiliana e bosniaca. Per noi, un futuro ancora improbabile.

Questa settimana vogliamo parlare delle difficoltà (per la maggior parte delle volte esclusivamente burocratiche) che trovano i ragazzi extracomunitari per poter giocare a calcio. Come molte società potranno testimoniare, le lunghissime pratiche di tesseramento e non solo, di fatto complicano la possibilità di giocare a pallone anche in una piccola società sportiva di periferia che partecipa a un campionato provinciale, magari di esordienti! Un situazione che ritroviamo in molte realtà sportive, dato che stiamo parlando di circa 30mila under 16 di origine straniera tesserati alla FIGC.
Per riflettere su questi aspetti (se volete potete raccontare nei commenti la vostra esperienza) ci facciamo aiutare dall’inchiesta di Ilaria Sesana che potete trovare sul mensile “Terre di Mezzo” di gennaio dal titolo “Atleti all’angolo Guardateli bene: alle Olimpiadi del 2012 non li vedrete. Per colpa di una carta che non c’è”.
Vi proponiamo la parte che riguarda il calcio, ma l’invito è sicuramente quello di allargare lo sguardo a trecentosessanta gradi e leggere tutta l’inchiesta che potete scaricare qui.
 
Calciatori nel pallone
(c) Francesco PistilliAngelo, 16enne latinoamericano, vive vicino a Milano da quando aveva sette anni. Appassionato di calcio, un anno fa ha provato a tesserarsi con la squadra locale. Dopo la visita medica ha consegnato la documentazione: permesso di soggiorno, certificato di frequenza scolastica e residenza. In un secondo momento gli è stato domandato il permesso di soggiorno dei genitori, poi nuove carte in cui mamma e papà hanno dovuto documentare il loro “stato occupazionale” e il reddito. Infine l’ennesima richiesta: Angelo deve certificare di non essere mai stato iscritto a federazioni estere; in caso contrario deve ottenere il transfert, un documento emesso dagli organi sportivi del suo Paese d’origine che autorizzi il trasferimento. “La burocrazia del calcio sembra fatta apposta per rendere tutto più complicato, si teme sempre di avere a che fare con una possibile vittima di tratta calcistica –sottolinea Mauro Valeri-. Quella del transfert è una richiesta assurda: Angelo ha lasciato il suo Paese da piccolo”. Per prevenire lo sfruttamento di baby calciatori africani o latinoamericani da parte di procuratori senza scrupoli, si finisce quindi col penalizzare gli atleti di seconda generazione.
Analoghe difficoltà alla polisportiva dell’oratorio di Clusone (Bergamo). “Per tesserare un ragazzino della leva 1998-99 ho dovuto portare in federazione una cartelletta con 15 fogli”, spiega Alessio Franchina, uno dei giovani che anima le attività sportive. Per mettere in regola un ragazzo italiano, invece, sono sufficienti lo stato di famiglia, il certificato di nascita e quello di residenza. Basterebbe poco per rendere l’iter meno complicato. “Il Coni dovrebbe diramare delle linee guida valide per tutti gli sport -osserva Valeri-, equiparando ai coetanei italiani i nati in Italia e chi è arrivato entro i 10 anni”. Ubong Abrham Bernard, 21enne piemontese di origine nigeriana, è uno degli attaccanti della “Nicese calcio”, società dilettantistica di Nizza Monferrato (Asti) che milita in Promozione. La sua squadra non ha potuto schierarlo nelle prime sette partite di campionato a causa di lungaggini burocratiche. “Per risolvere una pratica servono uno o due mesi di pazienza -spiega Elio Merlino, dirigente della Nicese-, senza contare le tante telefonate a Roma per evitare che finisca nel dimenticatoio”.
C’è chi invece si è rivolto alla magistratura. Shaib Idrissuou Biyao Kolou, rifugiato politico togolese, ha denunciato la Figc per discriminazione al tribunale di Lodi, perché gli negava il tesseramento. Il regolamento federale prevede, all’articolo 40, che il permesso di soggiorno debba essere valido “almeno fino al termine della stagione sportiva”. Norma necessaria per “tutelare (ancora una volta, ndr) i vivai nostrani”. Proprio in questa frase contenuta nella memoria difensiva degli avvocati della Figc, il giudice Federico Salmeri ha trovato la prova della discriminazione ai danni di Shaib, e ha sottolineato come i limiti posti ai giocatori extracomunitari rendano più difficile il loro processo di integrazione. Un comportamento ancor più grave se riguarda adolescenti che “scoprono e subiscono questa differenza rispetto a coetanei e amici con i quali fino ad allora avevano condiviso numerose esperienze” si legge nella sentenza. Ai mondiali sudafricani per la nazionale tedesca sono scesi in campo calciatori di origine turca, ghanese, nigeriana, polacca, brasiliana e bosniaca. Per noi, un futuro ancora improbabile.

One Response to Atleti all’angolo: le difficoltà di fare sport per i ragazzi extracomunitari.

  1. simo810411 scrive:

    la figc dovrebbe proporre alle società (almeno alle blasonate) di fare delle squadre B come avviene in altri Paesi tipo Spagna per far crescere i vivai e non fare delle regole per discriminare gli extracomunitari sè sono apposto con i documenti sanitari non vedo perché un ragazzino che ha la passione non possa giocare come tutti gli altri suoi coetanei senza firmare decine e decine di fogli poi per il permesso di soggiorno sta al ministero occuparsene e non alla figc pensino invece a trovare soluzioni per far crescere il nostro calcio se continuiamo cosi nel ranking uefa ci passerà anche la francia

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