Amarcord: Djalma Santos, ritratto del miglior terzino della storia

DJALMA

Dejalma Pereira Dias dos Santos meglio noto come “Djalma Santos è da proclamarsi senza dubbio tra i migliori terzini destri che la centenaria storia calcistica abbia avuto. Sicuramente può essere considerato il primo vero fluidificante di fascia, il classico terzino d’attacco, che ha calcato i campi di tutto il mondo. Nativo di Sao Paulo il 29 febbraio 1929, Djalma fin da piccolo aveva il sogno di diventare pilota d’aerei, visto che suo padre aveva già avuto una carriera militare. Per problemi economici però non si fece nulla, i soldi non c’erano per far si che poteva essere iscritto ad una scuola di volo. E allora ecco che ha iniziato a lavorare come calzolaio, mentre il fine settimana si diletta nella sua passione: il calcio. Un brutto infortunio alla mano destra gli ha precluso, di fatto, il sogno di diventare pilota. Ma non tutto il male gli è venuto per nuocere. Le sue ottime prestazioni nell’Internacional, piccolo club della provincia di San Paolo, gli sono valse le le attenzioni dei grandi club: Ypiranga e Corinthians gli proposero un provino, ma lui optò per la Portuguesa, per un motivo molto semplice: non poteva permettersi di non lavorare ed allora trovò un accordo che gli permise di allenarsi di giorno e continuare a fare il calzolaio la notte. 

Nella Portuguesa iniziò come centrocampista centrale, con buone qualità tecniche. L’acquisto dell’allora astro nascente brasiliano, Brandaozinho, lo fece traslocare nel ruolo che lo poi lo consacrò come uno dei mostri sacri del calcio. In quell’epoca i terzini di fascia avevano l’abitudine di essere molto bloccati, difficilmente insomma superavano la linea della metà campo, Djalma Santos invece, sfruttando il suo passato da centrocampista dai piedi buoni che abbinava una forza fisica ed una resistenza fuori dal comune, divenne il primo vero terzino d’attacco. Le sortite offensive erano il suo cavallo di battaglia, e le qualità fisiche a disposizione lo rendevano utile anche in difesa. I suoi lanci ad effetto ed i dribbling all’interno della propria area di rigore, davano la dimensione della sua qualità dal punto di vista tecnico e della sua grande personalità. Un’altra sua arma fu la rimessa laterale, nonostante i problemi alla mano destra, i compagni lo impiegavano sfruttandolo come una catapulta. La sua lunghissima gittata gli permetteva di effettuare dei veri e propri calci d’angolo quando si trovava in prossimità dell’area avversaria. Con la casacca della Portuguesa si tolse lo sfizio di vincere per due volte il Torneo Rio-San Paolo (1952-1955) tra l’agosto del 1948 ed il maggio del 1959, collezionando la bellezza di 453 presenze e 29 reti.

La sua carriera continuò nel Palmeiras, dove rimase altri dieci anni tra il 1959 ed il 1968. Ed anche qui non sono mancate le soddisfazioni. Ben 491 le presenze, con sole 10 reti all’attivo, ed una lista di vittorie più ricca che comprese tre edizioni del Campionato Paulista (1959, 1963 e 1966) e due Coppe del Brasile (1960 e 1967) 

Sul finire di carriera passò all’Atletico Paranaense, quando il presidente del club rossonero Jofre Cabral, in cerca di rinforzi, trovò l’accordo economico con lui e gli strappò la promessa di portarlo con sè. Il trasferimento si chiuse sul finire del 1968 e Djalma Santos tienè fede al suo accordo nonostante la morte del presidente. Anche all’età di quarantanni, in campo diede il massimo, anzi sfrutto la sua enorme esperienza accumulata negli anni. Si narrò che quando incontrasse un’ala sinistra avversaria troppo veloce, decidesse di scambiarsi di posizione con Julio (allora terzino sinistro dell’Atletico) andando a giocare sull’out sinistro. Con lui in squadra, insieme agli ex compagni Dorval e Bellini, l’Atletico conquistò il Campionato Paranaense del 1970. Il suo addio al calcio arrivò il 21 gennaio del 1971 dopo una gara contro il Gremio. Anche all’Atletico Paranaense lasciò bellissimi ricordi e la tifoseria rossonera, letteralmente innamorata di lui lo ha elesse come il miglior giocatore del XX secolo che ha vestito la casacca del club 

Appesi gli scarpini al chiodo scelse di diventare allenatore proprio dell’Atletico, per poi proseguire la sua breve carriera in Bolivia e Perù. Tuttavia non era quella la sua dimensione, e così accettò di andare ad insegnare calcio ai bambini prima in Arabia Saudita, poi in Italia, precisamente nei dintorni di Bassano del Grappa dove, con l’ex compagno Cinesinho, decise di fondare ed avviare una Scuola Calcio. In Brasile, nel comune di Uberaba, fondò anche un’altra Scuola Calcio per i ragazzi poveri del paese. Bambini e bambine alle quali decise di dare una possibilità nello sport, a patto di rispettare gli impegni negli studi.

 In un intervista realizzata in Brasile da Globoesporte, in occasione dei suoi ottanta anni, Djalma Santos lasciò trapelare tutto ciò che era. Una persona umile, educata e corretta. Un “vecchietto” dal fisico invidiabile che non si fa mai mancare la partitella tra amici la domenica mattina al Country Clube di Uderaba: disse lui “per evitare la ruggine”. Sul Mondiale del 1958 vinto giocando una sola partita e, nonostante questo, inserito nella top 11 del torneo, raccontò: “Ho saputo solo due giorni prima della finale di giocare. La notizia mi aveva un po’ sorpreso, ho parlato con De Sordi che mi disse che non ce la facevo a giocare. Essere inserito nella formazione dei migliori del torneo è stata una grande sorpresa. Chi ha scelto era un mio amico…” Il discorso poi scivolò sul Mondiale inglese del 1966: “Avevo 37 anni, il fisico ormai non rispondeva più come prima. Probabilmente c’erano giocatori che avrebbero potuto rendere di più.

Il primo successo importante con la maglia della Seleçao arrivò nel 1958, quando ci fu la conquista del Mondiale di Svezia. La curiosità sta nel fatto che giocò solamente la finale, in sostituzione dell’infortunato De Sordi, ma bastò per essere definito come il miglio terzino destro della competizione.

E per lui si trattò del secondo riconoscimento. Già al Mondiale svizzero di quattro anni prima infatti, fu indicato come il migliore nel suo ruolo, nonostante il Brasile fu eliminato ai quarti di finale dall’Ungheria finalista. La collezione di Mondiali continuò nel 1962 quando vinse il titolo in Cile battendo in finale la Cecoslovacchia. Con la nazionale verdeoro disputò anche il Mondiale inglese del 1966 e vinse il Campionato Panamericano nel 1955, in Cile. In tutto collezionò 98 presenze e 3 gol. La sua partita di addio si giocò il 9 luglio del 1968, contro l’Uruguay, dove ci fu l’ideale passaggio di consegne tra lui e colui che ne raccolse la pesante eredità, Carlos Alberto Torres.  

 Lo chiamarono il “difensore gentiluomo”, non solo perchè nella sua lunghissima carriera non è mai stato espulso dal campo, ma anche per episodi come quello che accadde in uno stadio di San Paolo molti anni prima. Dagli spalti piovevano su di lui insulti razzisti, c’è chi arrivò addirittura ad urlargli “sporco negro”, mentre si accinse ad effettuare una rimessa laterale. Sempre lui, l’idiota di turno, gli tirò addosso qualcosa ma, allo stesso tempo, perse il suo anello, che finì in campo. Djalma Santos lo raccolse, con tutta la calma del mondo, si avvicina al poveretto, glielo consegnò l’anello e sorridente gli stampò in faccia un “tutto bene”. Un Signore, con la S maiuscola veramente

Articolo scritto da Antonio Cupparo

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